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    Attacco a internet attacco alla democrazia

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    Attacco a internet attacco alla democrazia

    L’attacco finale alla democrazia è iniziato. Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“. Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60.
    Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.
    In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero. Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
    Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.
    Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
    Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.
    Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico( http://punto-informatico.it/). Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E’ in gioco davvero la democrazia! letto su Eddyburg



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    “I politici dovrebbero essere accusati di una quantita’
    sterminata di reati,
    che io enuncio solo moralmente: indegnita’, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico,
    intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia,
    alto tradimento in favore di una nazione straniera,
    collaborazione con la Cia, uso illecito di servizi segreti, responsabilita’ nelle stragi..
    responsabilita’ della degradazione antropologica degli italiani…” 
    Pier Paolo Pasolini
    (1975)
     
     
     
    I deboli non combattono
    quelli più forti lottano forse per un ora
    quelli ancora più forti lottano per molti anni
    ma quelli fortissimi lottano per tutta una vita
    Costoro sono indispensabili
    (Berltod Brecht)
     
     
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     L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità
     
     incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo
     
    prestarsi in qualche modo a contribuire
     
    a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

    (Pier Paolo Pasolini) 

                   

    Non vi e’ dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai

    nessun mezzo di informazione al mondo.

    Il giornale fascista e le scritte su

    cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere.

    Il fascismo non e’ stato

    sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire

    l'anima del popolo italiano:

    il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d'informazione,


    non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

    (Pier Paolo Pasolini)

     

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    L’Italia contro se stessa

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    L’Italia contro se stessa di Alexander Stille 

    (giovedì 4 dicembre 2008)

    Gianni Alemanno, con un passato neofascista alle spalle, è stato eletto sindaco di Roma a fine aprile, due settimane dopo il ritorno al potere di Silvio Berlusconi e della sua coalizione con una consistente maggioranza ottenuta alle elezioni politiche nazionali. In seguito la stampa internazionale ha dato molta importanza alla folla di giovani neofascisti che ha fatto il saluto romano sui gradini del Campidoglio. Ma forse ancor più importante è stata la contemporanea parata di tassisti romani che suonavano trionfalmente il clacson, in giubilo non tanto per l’elezione dell’ex “bullo di quartiere” quanto per la sconfitta dell’amministrazione di centro-sinistra che aveva proposto di ampliare il numero delle licenze dei taxi. E’ risaputo che i taxi sono difficili da trovare a Roma. Il tentativo di migliorare i trasporti in città però andava contro gli interessi dei possessori delle licenze, che per i tassisti rappresentano un qualcosa di sicuro in un mondo incerto.

    La celebrazione dei tassisti ci mostra un paese in conflitto con se stesso, paralizzato, malfunzionante, arrabbiato, pauroso, intensamente insoddisfatto. ma che non vuole intraprendere la via di un qualsivoglia cambiamento che minaccerebbe il delicato tessuto di privilegi di questo o quel gruppo protetto.

    Un paese come l’Italia che è allo stremo a causa di un’imposizione fiscale pesante, ma che rimane in silenzio quando Berlusconi blocca la vendita della compagnia aerea nazionale, l’Alitalia, nonostante questa versi, come contribuente, in stato finanziario addirittura emorragico; un paese che detesta il governo, ma che si aspetta di avere un’educazione e un’assistenza sanitaria gratuita e che cerca vantaggi dalle opportunità offerte da un vasto sistema di patronato politico; un paese che si aggrappa al suo alto standard di vita e al suo welfare generoso, ma che fantastica di cacciare milioni di lavoratori stranieri che oggi producono qualcosa come il 10% del Prodotto Interno Lordo. La presenza lavorativa dei lavoratori stranieri è tuttavia la sola realistica speranza per il mantenimento del sistema pensionistico italiano in un paese in cui la popolazione diventa di anno in anno sempre più anziana.

    Che gli italiani potessero rieleggere Silvio Berlusconi precedente Presidente del Consiglio, bocciato solo due anni prima, non è così sorprendente come potrebbe sembrare. Il governo di centro-sinistra di Romano Prodi si è insediato nel 2006 dopo che l’Italia aveva vissuto cinque anni di crescita economica e produttiva quasi pari a zero. La continua autocelebrazione di Berlusconi andava di pari passo con la miriade di conflitti di interesse in cui è coinvolto come persona più ricca d’Italia e più grande proprietario di media, nonché più famoso imputato per reati di corruzione. Paralizzato il paese, erano in molti a ritenere che, con Berlusconi fuori gioco, l’economia sarebbe ripartita. Tuttavia, dal governo Prodi, che approdava nuovamente al potere con una sottile maggioranza di appena un voto al senato, ed una coalizione litigiosa ed eterodossa, era difficile aspettarsi di meglio. Non appena Prodi tentava di introdurre le riforme nell’economia, i membri di parte comunista della sua coalizione minacciavano di fare una rivolta. Poco tempo dopo, in risposta al tentativo di far passare una legge che permettesse le unioni civili di coppie gay (e non gay), il partito cattolico alla sua destra si ammutinava.

    Una delle poche cose che Prodi è riuscito a far passare è stata un’amnistia per i criminali, che era stata fortemente voluta da Berlusconi e che era stata disegnata in modo abbastanza chiaro per mantenere fuori di prigione Cesare Previti, l’importante avvocato d’azienda di Berlusconi, che era stato imputato per tangenti ai giudici. E così dopo poco tempo dall’entrata in carica, il pubblico italiano ha dovuto assistere allo spettacolo poco edificante di vedere liberati 26.000 criminali, molti dei quali sono rapidamente tornati a rubare, stuprare e uccidere, mentre un gruppo di criminali con i colletti bianchi, come Previti, è stato messo nella condizione di poter tornare a godere dei propri guadagni illeciti.

    In modo simile, il governo Prodi ha fatto passare un’altra legge, nuovamente con l’aiuto entusiasta di Berlusconi e della destra, per rendere illegale il reperimento e l’uso da parte dei Pubblici Ministeri di prove contro membri del Parlamento per mezzo di intercettazioni telefoniche della polizia. In altre parole, se la polizia seguisse le tracce di un pericoloso criminale e a questi capiti di chiamare il suo buon amico in parlamento, gli investigatori non potrebbero indagare sulle malefatte del potenziale criminale in parlamento, né tantomeno usare le intercettazioni contro di lui.

    In questo modo un’amministrazione che aveva promesso un governo alternativo e pulito rispetto a quello precedente di Berlusconi, è parsa all’elettorato come non più decisa del precedente nell’affrontare la corruzione, il sistema clientelare e l’infiltrazione della mafia nelle istituzioni. Le montagne di spazzatura seminate qua e là a Napoli e dintorni hanno continuato ad accumularsi sotto il governo Prodi così come sotto il governo Berlusconi. Ma ancor più importante per gli elettori, l’economia manteneva la situazione di stallo, unita ad un ancora maggiore instabilità politica.

    Disillusi, molti elettori italiani sono arrivati alla conclusione che c’era poca differenza tra i politici di sinistra e quelli di destra e che presi insieme erano semplicemente una casta corrotta, che da sé si perpetuava. Non si tratta solo di godere di straordinari privilegi e salari assurdamente alti, i politici rappresentano anche un vistoso buco per le risorse pubbliche. Il libro “La casta” riporta un tale stato delle cose. In cima alle classifiche di vendita tra i saggi per gran parte dell’anno, nel libro viene ci si chiede: perché l’Italia, con 1/5 della popolazione degli Stati Uniti, debba avere in Parlamento il doppio dei membri dei rappresentanti del Congresso americano? E perché i politici devono guadagnare il doppio, girare in automobili con autista, avere telefonini, viaggi in aereo e treno gratuiti, ottenere una pensione a vita anche dopo solo due mandati, oltretutto se molti di loro mantengono attività di lucro private e nemmeno si presentano sul posto di lavoro quando dovuto?

    La rabbia dell’elettorato italiano va molto oltre la delusione verso il governo Prodi che non ha pienamente meritato una tale, dura condanna pubblica. I problemi italiani, purtroppo, sono molto più profondi, più strutturali, e non facili da risolvere.

    Dalla fine della II Guerra Mondiale fino al 1990 l’economia italiana è stata una della più forti del mondo, non molto inferiore a quelle di Germania Ovest e Giappone, crescendo ad una media del circa 5% negli anni ‘50 e ‘60 e con un salutare 3% negli anni ‘70 e ‘80, disseminando prosperità, alfabetizzazione ed un generoso sistema di servizi e benefici in una terra come l’Italia con una lunga storia di avversità e miseria. Per gli studenti di politica contemporanea ciò offriva un affascinante paradosso. L’Italia restituiva l’immagine di un paese con un terribile sistema politico caratterizzato da un continuo vai e vieni di governi insieme a scandali, crisi di governo, livelli alti di corruzione, una burocrazia dispendiosa e inefficiente. Eppure, anno dopo anno, l’economia continuava a crescere. Nel 1989 il prodotto interno lordo dell’Italia era quasi uguale a quello della Gran Bretagna.

    Ma, negli ultimi 15 anni, questa combinazione precaria - di corruzione, malgoverno e crescita economica alta - si è bloccata. Il prodotto interno lordo è cresciuto ad una media dell’1,1% rispetto al 2,3% del Regno Unito, al 2,8% della Spagna, all’1,7% della media dell’intera UE. L’economia italiana, come conseguenza, è ora più piccola di quella inglese del 20% e, secondo recenti calcoli, è stata superata da quella spagnola. Le entrate disponibili sono state praticamente stagnate negli ultimi 15 anni, e il disequilibrio nei redditi è il più alto della UE, dal cui dato si ricava che lo standard di vita di molti è nei fatti diminuito.

    Due libri recentemente pubblicati offrono diagnosi radicalmente differenti l’una dall’altra riguardo a cosa starebbe non funzionando. Il primo “La deriva: perché l’Italia rischia il naufragio” del giornalista Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, è il seguito del loro best-seller “La casta”. Si tratta di una graffiante accusa nei confronti del sistema politico italiano e dei suoi devastanti effetti sul Paese. Il secondo “La paura e la speranza” è opera del Ministro delle Finanze di Berlusconi, Giulio Tremonti.

    Più che in qualsiasi altro Paese in Europa, argomentano Stella e Rizzo piuttosto persuasivamente, l’Italia ha un’elite prettamente maschile che sta invecchiando, che soffoca iniziative e cambiamenti in modo da perpetuare il proprio potere. Circa il 60% dei politici e dei sindacalisti italiani ha più di 70 anni. In Francia, al contrario, la percentuale è del 20%. Nei Paesi scandinavi circa del 38%. L’Italia ha anche i livelli più bassi di partecipazione femminile in politica e nei posti di lavoro fra i paesi europei. Quando i politici affermati non riescono a vincere le elezioni, riescono a farsi riciclare nelle posizioni di clientele locali, oppure nella sanità o nel parlamento europeo. Il risultato è una deprimente mancanza di ricambio nelle istituzioni italiane.

    Del resto, ciò non è vero solo in politica. Le Università, per esempio, che dovrebbero essere una parte essenziale nell’economia dell’informazione in quanto centri di innovazione, ricerca e meritocrazia, sono invece dei bastioni del privilegio e delle clientele in cui le decisioni riguardanti le assunzioni non sono aperte e corrette, ma sono continuamente truccate a favore di amici, relazioni o portaborse dei cosiddetti “baroni” (docenti ordinari universitari).

    Stella e Rizzo raccontano la storia del sistema delle assunzioni truccato nella facoltà di medicina dell’Università di Napoli, in cui i baroni locali falsificarono documenti in modo da garantire che i loro candidati favoriti, incluso il figlio del barone-capo, vincessero quello che si presumeva essere un bando di concorso aperto a tutti. Ma nonostante siano stati per l’ennesima volta ritenuti colpevoli, dopo una serie di contese legali durata 18 anni, i querelati hanno continuato a tenere il proprio posto che avevano vinto illegalmente.

    Addirittura dopo che i docenti malfattori hanno perso la causa all’ultimo grado di appello, il Ministero dell’Istruzione ha deciso di lasciar loro gli incarichi con un un atto scritto in perfetto burocratese: “Annullare un atto ministeriale non può essere eseguito in base alla sola necessità di restaurare la legalità”. La traduzione è: “Solo perché qualcuno è sottoqualificato ed è stato condannato non significa che non possa mantenere la sua cattedra universitaria”. La decisione, presa da Antonello Masia, direttore generale del Ministero, era abbastanza prevedibile da parte dei membri della casta per proteggere se stessi. Masia ha prestato servizio per 37 anni e ripete con piacere questa frase: “I ministri vanno e vengono, ma il direttore generale rimane”, vero e proprio mantra della burocrazia permanente che vede se stessa come immune dal controllo politico e dall’opinione pubblica.

    In questo sistema, i più brillanti e ambiziosi studenti, che hanno vinto borse di studio nelle maggiori Università negli USA, Gran Bretagna ed altrove, sono spesso trattati come se gli anni spesi all’estero siano da buttare dal momento che non sono rimasti in Italia aspettando in fila per ottenere l’appoggio dei baroni. Il risultato è stato una gran fuga di cervelli fuori dell’Italia. Università americane, francesi, inglesi, laboratori di ricerca, ospedali, compagnie sono pieni di giovani talenti italiani che si sono scocciati dell’Italia e l’hanno lasciata.

    Sempre più si ritrova in Italia una burocrazia egoista che mantiene il suo potere attraverso una giungla di regole e regolamenti ultracomplicati che rendono qualsiasi cosa estremamente difficoltosa, che fanno consumare tempo, e sono costose. Aprire un’attività in Italia in media costa 5.012 euro per i permessi necessari, e richiede 62 giorni in cui bisogna superare 16 diversi ostacoli burocratici. Nel Regno Unito costa 381 euro, 4 giorni e 5 procedure. Negli USA, costa 167 euro, 4 giorni e 4 procedure.

    Portare a termine un grosso incarico pubblico in Italia (ad esempio della cifra di 50 milioni di euro o più) richiede una media di 2.137 giorni che significa quasi 6 anni. In Spagna ci sono voluti solo 3 anni per estendere la metropolitana di Madrid di circa 56 km con 8 stazioni di cambio e 28 stazioni ordinarie. Creare la rete dell’Alta Velocità in Italia costa più di 4 volte quanto speso in Francia o Spagna e quella esistente è lenta. Un treno che va da Madrid a Barcellona ci mette solo 2 ore e 20 minuti, mentre a viaggiare tra Milano e Roma si impiega il doppio del tempo, anche se la distanza è leggermente inferiore.

    Stella e Rizzo sono sono nel giusto quando percepiscono che un tale fallimento sia pervasivo tanto da creare una potente sinergia negativa in quasi tutti gli aspetti della vita italiana. La paralisi del sistema giudiziario mette in pericolo il ruolo di base della legge, uno dei pilastri del funzionamento del sistema economico. La lunghezza media per risolvere una vertenza su di un contratto non rispettato è di 1.210 giorni (quasi 4 anni), mentre in Spagna (il secondo peggiore Paese in lista) è di soli 515 giorni; in Francia è di 331 giorni; in Gran Bretagna di 217 giorni. In Italia ci si mette la durata astronomica di 90 mesi (quasi 8 anni) per impedire il riscatto di un’ipoteca di una persona che non paga più il mutuo. In Spagna dura mediamente 11 mesi, in Danimarca 6.

    Un sistema così lento e farraginoso sembrerebbe pura follia, ma ci sono delle ragioni che lo spiegano. La moltiplicazione delle procedure, dei permessi, delle regole e delle strettoie burocratiche crea un numero straordinario di punti di pressione nei quali l’amministrazione può controllare, eliminare, ritardare o accelerare un progetto. Ognuno di questi è per un burocrate o un politico un’opportunità in più per esercitare il potere e sfruttare il sistema di clientele per la concessione e richiesta di favori. Un’autostrada che costa il doppio di quanto stabilito in partenza ha i suoi vantaggi (non solo per i politici che ottengono tangenti, ma per tutti coloro che vi lavorano attorno). Non ha gli stessi vantaggi il resto del paese, che deve avere a che fare con infrastrutture di second’ordine - da porti, autostrade e ferrovie maltenuti o malfunzionanti, a cellulari ed elettricità molto cari - uniti ad una pesante imposizione fiscale, servizi scarsi ed un sistema di promozione che è diventato l’esatto opposto della meritocrazia. Non sorprende che l’Italia a partire dal 2001 sia scivolata dal 24esimo al 41esimo posto nella lista dell’indice di competizione globale (GCI).

    Non è una pura questione di corruzione istituzionalizzata. Purtroppo, il problema va ancora più in profondità. In un capitolo Stella e Rizzo parlano della tendenza di ogni gruppo italiano a formare un “ordine” o “gilda”; la lealtà ad un gruppo spesso vince ogni senso di bene comune. Perciò il direttore generale del Ministero dell’Istruzione che rifiuta di licenziare i professori che sono entrati in modo irregolare nell’Università si comporta come se non stesse compiendo un atto di corruzione al livello personale, ma agisce per fedeltà ad una gilda, non favorendone pertanto un’altra, ad esempio, in tal caso quella dei magistrati, che potrebbe interferire negli interessi di quella propria.

    A causa delle differenti ideologie ci sono gruppi di pressione di tutti i tipi che cospirano per rendere l’efficienza impossibile. Come molte altre nazioni europee l’Italia ha delle risorse energetiche naturali molto scarse e deve importare quasi tutto il petrolio ed il gas (un ulteriore peso sull’economia). Altri paesi europei hanno investito seriamente nell’energia alternativa. La Spagna ottiene il 7,5% della sua energia dall’eolico, mentre l’Italia non produce che l’1%. La Germania utilizza 75 volte di più l’energia solare rispetto all’Italia sebbene quest’ultima abbia ovviamente molta più energia solare da sfruttare. La Francia genera il 68% della propria elettricità dal nucleare, che l’Italia non possiede affatto. L’Italia, semplicemente, non ha una politica energetica.

    Mentre Stella e Rizzo restituiscono una descrizione del problema tanto convincente quanto sconvolgente, essi non spiegano perché le cose sono peggiorate. Il sistema italiano non era di certo un modello di efficienza e virtù tra la fine della II Guerra Mondiale e gli anni ’80, durante i quali il paese comunque era tra quelli che mostravano una crescita tra le più veloci del mondo. Cosa è cambiato che ha reso il sistema italiano quel peso morto che dà l’impressione di essere diventato?

    Il declino economico dell’Italia è divenuto visibile negli anni ’90, un periodo che coincideva con l’unificazione economica dell’Europa, l’adozione dell’euro e lo smantellamento di un regime tariffario che proteggeva molte merci italiane dalla competizione straniera, specialmente dall’Asia. L’Italia è stata colpita più fortemente che altri paesi da tali cambiamenti. In un regime di mercato vecchio e protetto pesantemente, la connessione con l’establishment politico conferiva vantaggi notevoli: il governo italiano comprava macchine Fiat e computer Olivetti, sussidiava la costruzione di nuovi stabilimenti e teneva fuori la competizione giapponese. Durante periodi di rallentamento economico, la lira veniva svalutata per rendere più economici i prodotti italiani e quindi più competitivi all’estero. Ma dopo il 1992, gli italiani iniziarono a competere all’improvviso con il mondo intero e il governo italiano, unendosi al regime monetario europeo, aveva perso il suo potere di utilizzare la svalutazione della lira quando le cose andavano male.

    Più che in altri Paesi europei l’Italia è stata sensibile alla competizione da parte delle economie asiatiche a basso costo. L’economia italiana è composta da uno straordinario tessuto di aziende a conduzione familiare che producono articoli nel campo del tessile, dell’abbigliamento, delle scarpe, dei mobili, che generalmente non richiedono grandi quantità di capitale da investire e di tecnologia da utilizzare e che pertanto sono vulnerabili a concorrenti che pagano salari bassi. L’Italia è presente in misura minima nel campo dell’industria basata sulla conoscenza (biotecnologie, finanza, aerospaziale, alta velocità, hardware e software dei computer) che è meno condizionata dai mutamenti del mercato rispetto alle economie a basso salario. Sotto questo aspetto, la miopia dei leader politici italiani porta con sé più d’una responsabilità. Il Paese investe molto meno degli altri paesi europei nella ricerca e nella tecnologia; l’Italia offre i dati peggiori del continente per quanto riguarda i ricercatori scientifici, la percentuale di laureati universitari e il numero di brevetti rilasciati ogni anno.

    La corruzione e l’inefficienza pare essere diventata ancora peggio negli ultimi anni. Negli anni ’50, Stella e Rizzo scrivono, il paese ha costruito in 8 anni la sua autostrada principale, l’Autostrada del Sole, da Milano a Napoli. Ma riparare la più breve autostrada Salerno-Reggio Calabria, un progetto non ancora finito, ha già richiesto più di 25 anni ed è costato 5 volte di più per chilometro rispetto alla costruzione dell’Autostrada del Sole.

    Un altro problema che ha caratterizzato il periodo dopoguerra è stato l’effetto virtuale di un solo partito al potere. Il dominio ininterrotto della Democrazia Cristiana e la serie di partiti satellite, dal 1946 al 1993, sono serviti da terreno fertile per la corruzione, mentre i governi si sono accollati debiti che solo ora appaiono gravosi. Nonostante il proprio dominio, la DC era abbastanza cooperativa in questi anni con l’opposizione politica, specialmente con il Partito Comunista Italiano. I movimenti di protesta della fine degli anni ’60 e ’70 spinsero la DC ad allargare il welfare italiano in modo da affievolire la tensione sociale, creando molti dei sistemi che sono ora cresciuti incontrollatamente. Gli altri paesi europei hanno creato programmi sociali simili, ma il debito italiano è oggi il doppio della media europea. Interessando più del 100% del PIL, il debito pubblico rende il governo poco propenso a tagliare le tasse o a spendere utilmente per educazione, ricerca e sviluppo.

    Alcune industrie hanno in passato istituito ciò che si chiamano le “baby-pensioni”, che permettono a centinaia di migliaia di italiani di andare in pensione con quasi il massimo nonostante abbiano ancora tra i 30 e i 50 anni. L’Italia ha quasi mezzo milione di persone che sono andate in pensione secondo questa modalità e che lo sono da 40 anni. E’ in gran parte per coprire tali costi che si è creato questo enorme buco di debiti che inghiotte il 10% del PIL.

    A danneggiare l’Italia è stato in particolar modo l’influenza del leader del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi, che era determinato ad ottenere accesso al denaro e al patronato politico per espandere il potere del suo piccolo partito. “Porta dentro voti e soldi” Craxi disse ad uno dei suoi uomini nominandolo all’assemblea della compagnia nazionale dell’elettricità (ENEL). Ansioso di diventare un grande partito capace di competere con la DC e con i comunisti, Craxi e i suoi uomini sono riusciti a codificare la corruzione per un sistema ad un livello e ad un tipo di rapacità che era di fatto nuova.

    Il risultato fu una corsa sfrenata nella corruzione che progressivamente è uscita fuori controllo: il sistema giudiziario era lento e inefficiente, i parlamentari godevano di impunità da indagini, i politici non andavano mai realmente in prigione. I politici che rubavano avanzavano più rapidamente. Craxi stesso è divenuto il ministro italiano che ha servito più a lungo la carica di Presidente del Consiglio (1983-1987) prima di Berlusconi. E’ fuggito poi in Tunisia nel 1994, una volta divenuto chiaro che le condanne lo avrebbero portato in galera.

    La lunga permanenza al potere dello stesso gruppo di partiti in Italia significa, più che altrove, che il sistema politico non è stato ripulito e che i partiti di governo sono in grado di orchestrare un sistema dove i politici mettevano le dita sui punti nodali dell’economia. Ogni progetto, dalla costruzione di un ponte all’apertura di un negozio, all’aggiunta di un bagno in casa, dipende da un amico al potere.

    Oltretutto, il potere del crimine organizzato in Italia è molto maggiore rispetto agli altri grandi stati europei, rappresentando circa il 7% del PIL, facendone quindi uno dei settori di affari più prolifici nel Paese. Nell’Italia meridionale, in cui il crimine organizzato è maggiormente radicato, si pilotano i contratti dei lavori pubblici, rallentando i progetti in modo da spremere lo Stato quanto più possibile e mettendo in fuga gli affari legali anche di investitori stranieri, che non vogliono essere soggetti a estorsione. In 8 delle 20 regioni italiane – l’intero Sud dell’Italia comprese Sicilia e Sardegna – non c’è praticamente nessun investimento di capitale straniero.

    Non è quindi un caso che il maggiore vincitore delle recenti elezioni sia stata la Lega Nord, un partito di destra che ha indirizzato molta della sua rabbia verso il sistema di patronato dell’Italia meridionale e verso lo Stato centralizzato e corrotto che lo mantiene al potere. La domanda chiave della Lega è quella di un federalismo fiscale che permetterebbe alle comunità locali di mantenere una parte significativa delle entrate e di limitare massicciamente il flusso di soldi da nord a sud. Il partito della Lega ha raddoppiato i propri voti a livello nazionale (dal 4 all’8,2%), ottenendo più del 21% dei voti in Lombardia e più del 27% per cento in Veneto, le più alte percentuali in un sistema elettorale proporzionale con più partiti. Un elettorato arrabbiato ha scelto il partito italiano più arrabbiato.

    Allo stesso modo, le elezioni di aprile hanno eliminato molti piccoli partiti del paese. Gli elettori sono sembrati volerli decisamente punire per aver ostacolato i lavori. Il Partito Comunista Italiano (Rifondazione Comunista), presente dall’inizio del secondo dopoguerra, è scomparso così come altri partiti della sinistra. Questi ultimi sono stati percepiti, non senza verità, come “partiti del no” determinati a bloccare qualsiasi iniziativa di riforma strutturale dell’Italia negli ultimi anni.

    Le cose andranno meglio per gli italiani con il nuovo governo Berlusconi? C’è una profonda contraddizione nella sua coalizione che raggruppa la Lega Nord e il Popolo delle Libertà di Berlusconi, quest’ultima una fusione del suo vecchio partito, Forza Italia, ed un partito di destra, Alleanza Nazionale. I sostenitori della coalizione provengono da due aree molto differenti, il nord e il sud, ed è debole solo nella “cintura rossa” nel centro, che tradizionalmente votava sinistra. Ma nel nord, dove la Lega Nord è forte, gli elettori non si fidano dello Stato centrale e della sua dipendenza dalla corruzione e dal sistema di patronato mafioso; mentre nel sud, la base del potere di Berlusconi deriva precisamente da questo sistema con tutta la corruzione e i legami con la criminalità organizzata che lo caratterizzano.

    Uno dei libri più divertenti e più di successo dell’anno sulle elezioni “Se li conosci li eviti” di Peter Gomez e Marco Travaglio, è una specie di almanacco dei peggiori candidati in lista per le elezioni lo scorso aprile, corredato di lunghi schedari contenenti i trascorsi criminali di molti di loro. Nel caso del Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi, agli autori servono letteralmente un centinaio di pagine per documentare il numero di candidati che sono stati arrestati o investigati con accuse che vanno dalla collusione mafiosa all’estorsione e alla frode. Credere che queste persone ripristineranno il ruolo della legge ed elimineranno il sistema di patronato, corruzione e infiltrazione di organizzazioni criminali nello stato, è ai limiti del credibile. Berlusconi è il principale erede politico del suo amico Bettino Craxi ed è riuscito ad evitare la campagna anticorruzione conosciuta come Mani Pulite - che ha condannato Craxi per corruzione – che minacciava lui e le sue varie aziende. Più che qualsiasi altro italiano, egli è responsabile per il blocco del sistema giudiziario italiano.

    Un indizio rivelatore di quello che potrebbe riservare il nuovo governo Berlusconi ce lo dà “La paura e la speranza” di Giulio Tremonti, che è diventato un bestseller a sorpresa. Tremonti, ex uomo di sinistra che ha trovato fama e fortuna nella destra, è l’attuale (e precedente) Ministro delle Finanze di Berlusconi. Il suo libro sembra più una polemica antiglobalizzazione alla Naomi Klein piuttosto che l’analisi del Ministro delle Finanze di un governo conservatore. Tremonti attacca quello che egli definisce “marketism” - la feticizzazione del mercato, la riduzione di tutti i valori umani a dollari e centesimi - e denuncia l’apertura dei mercati europei alla competizione asiatica, che a suo parere è stata catastrofica per la produzione italiana. Tremonti si augura una politica “d’identità”, con la quale il Ministro intende un qualche tipo di politica industriale disegnata per rafforzare le istituzioni italiane e i loro valori.

    Questo è un messaggio invitante lanciato agli italiani a cui non dispiace imputare i propri problemi a qualche minaccia esterna o a lavoratori stranieri. Quale identità politica intenda Tremonti per la gestione dell’economia, comunque, risulta evidente dalla difesa a tutti i costi della compagnia aerea nazionale, l’Alitalia, anche se la questione rappresenta il punto forse più saliente di cosa non va in Italia. L’Alitalia perde centinaia di milioni di dollari ogni anno ed è tenuta a galla solo grazie ai contribuenti.

    Alitalia ha i costi più alti e la più bassa efficienza rispetto ai suoi principali concorrenti ed il suo sostegno da parte del governo italiano è in diretta violazione delle direttive UE in materia di prevenzione della concorrenza sleale. Nella prima parte dell’anno, il Governo Prodi, malgrado l’opposizione da parte dei suoi sostenitori nel sindacato, si è adoperato per vendere Alitalia ad Air France, a condizioni estremamente vantaggiose. Ma Berlusconi, il cosiddetto liberista, ha obiettato, dichiarando che l’Alitalia doveva rimanere italiana, accennando al fatto che i suoi due figli, che gestiscono gli affari mentre lui occupa di politica, sarebbero potuti venire in aiuto comprando la compagnia aerea nazionale e avanzando poi la proposta di un gruppo di uomini d’affari italiani che potrebbero essere stati interessati all’acquisto, se ben informati sui possibili vantaggi.

    Va notato che i leader della Lega Nord si sono opposti alla vendita, asserendo che la cosa sarebbe equivalsa all’invasione medioevale di Federico Barbarossa nell’Italia settentrionale. Si sono dichiarati preoccupati in particolar modo del fatto che la prima mossa di Air France sarebbe stata di eliminare Malpensa come “hub” principale per via delle sue consistenti perdite. La Lega ha dimostrato in tal modo di non volere staccarsi dal sistema clientelare italiano.

    Ora che Alitalia è sull’orlo della bancarotta, Berlusconi si sta organizzando per vendere la compagnia ad un consorzio italiano in modo da guadagnare così fiducia e contratti. L’affare finale sarà molto più costoso per i contribuenti italiani che non la vendita ad Air France e comporterà maggiori tagli del personale (ed anche questa possibilità pare di nuovo essere in dubbio). Difficilmente ci si aspetterebbe una cosa del genere da un Presidente del Consiglio che dice di tenere sul comò la foto di Margareth Thatcher.

    Così come con le sue due precedenti incarnazioni da Primo Ministro nel 1994 e nel 2001, Berlusconi non è nuovamente riuscito a mostrare di saper gestire i problemi nodali e di fare scelte decisive. Al contrario, ha fatto passare leggi che permettono ad uno dei suoi canali televisivi di mantenere la frequenza che avrebbe dovuto invece cedere - secondo il regolamento europeo e secondo le leggi italiane - ad un concorrente o, in alternativa, passare al satellite. Berlusconi ha anche proposto una legge per impedire le intercettazioni della polizia in qualsiasi caso eccetto in quelli riguardanti terrorismo o crimine organizzato - dunque in caso di tangenti, corruzione e frode non si possono effettuare intercettazioni – ed una legge e per condannare fino a 5 anni i giornalisti che pubblicano intercettazioni.

    Soprattutto, la nuova coalizione, in particolare la Lega Nord, ha puntato molto sulla paura verso l’immigrazione straniera. Uno dei leader della Lega, ora Ministro, ha chiesto di indire la “giornata del maiale” a Bologna dal momento che la città stava per far erigere una nuova moschea per i concittadini musulmani. Lo scopo era quello di inquinare il posto con maiale e prosciutto in modo da renderlo inutilizzabile per una moschea.

    Uno dei poster per la campagna della Lega Nord mostrava un’immagine di un indiano americano con una lacrima che gli scorreva sulla guancia con su scritto lo slogan “hanno subìto l’immigrazione e ora vivono in riserve”. Il nuovo governo ha guadagnato popolarità attraverso le retate di immigranti clandestini e l’imposizione di impronte digitali a bambini zingari. Gli immigrati pagano per una percentuale di crimine non proporzionata, ma la criminalità è molto bassa tra gli immigrati legali. La semplice realtà tuttavia è che gli immigrati sono diventati il pilastro dell’economia italiana. Sebbene rappresentino il 6% della popolazione, essi da soli producono il 10% del prodotto interno lordo. Generalmente gli immigrati appartengono ad una fascia produttiva in età lavorativa, mentre l’Italia intera è un Paese in cui vi sono sempre più anziani ed in cui 1/5 della popolazione è in pensione. I lavoratori stranieri rappresentano qualcosa come il 20% della forza lavoro nelle industrie in settori di edilizia e agricoltura, anche in Lombardia, il nucleo del sentimento anti immigrati della Lega Nord. Una retorica dura anti-immigrati sarà pure ottima per fare della propaganda efficace, ma è un controsenso se si osserva la realtà economica e demografica del Paese.

    C’è più di un motivo per poter credere che il terzo governo Berlusconi possa far più dei due precedenti. Berlusconi è ritornato al potere con una grande maggioranza in parlamento e una più forte coalizione con un numero inferiore di partner di governo con cui dividere il potere. Molti governi italiani, come lo scorso governo Prodi, sono stati indeboliti da negoziazioni senza fine con partner che hanno reso quasi impossibile una linea politica decisa e trasparente. All’età di 71 anni, con due amministrazioni senza successo alle spalle, Berlusconi sta pensando alla sua eredità e gli farebbe piacere mantenere la sua promessa di lasciare l’immagine di uomo che ha salvato l’Italia dai suoi problemi. Inoltre, la Lega Nord, ha puntato tutto sull’idea di federalismo fiscale, conosciuta in Italia come “devolution”, ossia un consistente aumento dell’autonomia regionale e locale. Si sta tentando di elaborare i dettagli di questa linea politica; se fatta intelligentemente, potrebbe dare un salutare scossone al Paese; se fatta malamente, potrebbe destabilizzare il sistema politico italiano e rendere l’attuale crisi ancora peggiore. Ma vista la profonda paralisi del Paese - e in assenza di altre idee migliori - potrebbe valer la pena provare.

    Eppure il federalismo fiscale incontrerà il problema della dura opposizione da parte del sistema clientelare dell’Italia meridionale, fonte dalla quale Berlusconi riceve molti dei suoi voti. Dal canto suo, Berlusconi ha mostrato poco coraggio nell’affrontare il rischio dell’impopolarità su questioni prettamente politiche. Ad esempio, ha recentemente ritirato la proposta di riforma della scuola che ha suscitato proteste nelle strade. La riforma era di dubbio valore - concerneva in particolar modo tagli alle spese - ma intraprendeva anche azioni contro interessi radicati, per esempio, attraverso la chiusura di servizi sottoutilizzati in aree isolate. L’esperienza non è di buon auspicio per Berlusconi e la sua volontà di cambiare il sistema italiano.

    da The New York Review of Books Tradotto da ITALIA DALL'ESTERO

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    “I politici dovrebbero essere accusati di una quantita’
    sterminata di reati,
    che io enuncio solo moralmente: indegnita’, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico,
    intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia,
    alto tradimento in favore di una nazione straniera,
    collaborazione con la Cia, uso illecito di servizi segreti, responsabilita’ nelle stragi..
    responsabilita’ della degradazione antropologica degli italiani…” 
    Pier Paolo Pasolini
    (1975)
     
     
     
    I deboli non combattono
    quelli più forti lottano forse per un ora
    quelli ancora più forti lottano per molti anni
    ma quelli fortissimi lottano per tutta una vita
    Costoro sono indispensabili
    (Berltod Brecht)
     
     
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     L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità
     
     incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo
     
    prestarsi in qualche modo a contribuire
     
    a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

    (Pier Paolo Pasolini) 

                  

    Non vi e’ dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai

    nessun mezzo di informazione al mondo.

    Il giornale fascista e le scritte su

    cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere.

    Il fascismo non e’ stato

    sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire

    l'anima del popolo italiano:

    il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d'informazione,


    non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

    (Pier Paolo Pasolini)

     

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    Il patto tra Stato e mafia é molto stretto. Intervista ad Andrea Camilleri

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    "Il patto tra Stato e mafia é molto stretto".

    Intervista ad Andrea Camilleri di Irene Hernandez Velasco

    da Che Dicono Di Noi

    ROMA.- Andrea Camilleri (Sicilia, 1925) é un caso degno di studio scientifico. Il venerato scrittore italiano, creatore del famoso commissario Montalbano, confessa di fumare circa 60 sigarette al giorno. Ed eccolo qui, ad 83 anni, in discreto stato di salute, e con una invidiabile luciditá mentale. a lavorare freneticamente. La prova sta nei cinque nuovi libri, cinque, che ha giá pubblicato quest'anno: "Il bacio della sirena", "L'opera di Vigata", "La pensione Eva" e "Voi non sapete". L'ultimo si chiama "La morte di Amalia Sacerdote", sará pubblicato domani e, curiosamente, prima in spagnolo che in italiano. Il motivo: ha vinto il premio per novella noir che concede la casa editrice RBA. Ma, nonostante sia un libro con il solito omicidio, le investigazioni della polizia e tutti gli ingredienti del genere noir, é molto di piú. "La morte di Amalia Sacerdote" é un ritratto da far venire i brividi dell'Italia odierna, l'Italia di Berlusconi.

    Domanda.- Nel libro, ambientato in Sicilia, lei parla di raccomandazioni, scambi di favori, censura nella televisione pubblica, politici locali che fanno il bello e il cattivo tempo e che sono in relazione con la mafia..E' un ritratto della sola Sicilia o di tutta l'Italia?

    Risposta.- Aveva ragione chi diceva che senza la Sicilia non si puó capire l'Italia. La Sicilia enfatizza sempre i problemi italiani, ma i problemi italiani non sono diversi da quelli della Sicilia. Fino a pochi mesi fa abbiamo avuto come presidente regionale un signore chiamato Totó Cuffaro che é stato condannato a cinque anni di carcere per avere avuto relazioni con la mafia, e che ha festeggiato con i cannoli (dolce tipico siciliano) la condanna a cinque anni perché se ne aspettava 10. E abbiamo un ex-presidente del consiglio come Giulio Andreotti di cui il Tribunale Supremo, la maggior autoritá nella giustizia italiana, ha sentenziato che fino al 1980 abbia mantenuto relazioni con la mafia, anche se non l'hanno potuto condannare per decorrenza dei termini. E questo stesso signore domenica leggeva la Bibbia vicino al Papa in una chiesa di Roma. Non sto scoprendo nulla di nuovo quando scrivo romanzi cosí.

    D.- Il ministro italiano dell'Interno, Roberto Maroni, ha assicurato recentemente che la Camorra é in guerra civile con lo Stato. Condivide questa opinione?

    R.- No, e mi disturba moltissimo questo paragone. In Italia non c'é mai stata una guerra civile. Alcuni chiamano guerra civile la Resistenza, ma la Resistenza era inizialmente contro i tedeschi, non contro i fascisti. In Spagna avete avuto una guerra civile, e per 30 anni non ne avete voluto sentir parlare, perché é una cosa terribile e tremenda. Quello che c'é in Italia é una guerra di bande mafiose contro lo Stato, ma guerra civile é una parola troppo grossa per essere utilizzada per quattro camorristi contro i quali basterebbe un pó meno di compiacenza politica per vederli distrutti.

    D.- A che si riferisce?

    R.- La collusione tra Stato e forze mafiose é molto stretta. Come si puó combattere la mafia se abbiamo in parlamento 10 deputati che hanno relazioni con la mafia? La mafia é un tumore la cui metastasi é arrivata dappertutto, parlamento incluso, dove sono coloro che si suppone debbano fare leggi contro la mafia.

    D.- Il suo libro é molto critico con i mezzi di comunicazione, specialmente con le informazioni date in televisione...

    R.- Sí, perché manipolano la realtá. E in vari modi. Mi interessava sottolineare l'importanza della televisione in Italia. Questo é un paese che legge pochissimi giornali. L'italiano medio si informa solo attraverso la televisione.

    D.- E ritiene che questo faccia dell'Italia un paese manipolabile?

    R.- Sí, come si é giá visto. Perché altrimenti non si spiegherebbero alcuni fenomeni.

    D.- Si riferisce al fenomeno Berlusconi?

    R.- È uno che possiede tre televisioni nazionali e che ha influenza in altre due statali, cosí che me lo dica lei! Berlusconi preparó il suo sbarco al potere non quando irruppe nella scena politica nel 1993, bensí 20 anni prima, quando inizió con la televisione privata e si occupó di abbassare il livello medio degli italiani. Non é un caso che l'Italia sia al 33° o al 34° posto nella classifica mondiale dell'informazione veritiera e indipendente.

    D.- Considera Berlusconi la reincarnazione del fascismo, come ritiene qualalcuno?

    R.- Berlusconi non é il fascismo. Berlusconi é superficiale. Ma ció che é vero é che non riusciamo a scrollarci il fascismo di dosso. Porca miseria...nel 1945 lessi un articolo del giornalista Herbert Matthews intitolato: "Non l'avete ucciso". Voleva dire che noi italiani pensavamo che per avere appeso Mussolini a Piazzale Loreto avevamo finito con il fascimo, ma che non era cosí e che questo sarebbe durato per decadi. Aveva ragione: ancora oggi il fascismo vive fra noi.

    D.- Quando dice che Berlusconi é superficiale, vuole dire che é carente in ideologia?

    R.- Esattamente. Ma non mi interpreti male: Berlusconi é il nemico. É un marziano, viene da un altro mondo. Non é un politico. Non é nemmeno un essere umano... É un tipo ridicolo. Non é ridicolo che dobbiamo pagargli le amanti che lui fa ministro? Non é incredibile che gli paghiamo gli avvocati, perché li ha messi tutti in parlamento e hanno lo stipendio da deputati? Non é ridicolo che dice di dormire tre ore a notte e che ne dedica altre tre a fare l'amore? Ha 72 anni, etá che io ho avuto diverso tempo fa, e le assicuro che a quest'etá neanche col Viagra...

    D.- Nel suo nuovo libro ci sono un paio di personaggi che mettono in relazione i crimini con l'immigrazione. Ha voluto rappresentare l'ambiente di paura per gli stranieri che in questo senso si vive in Italia?

    R.- L'Italia é un paese razzista, e lo é stato sempre. Governi di destra, come questo che abbiamo, non fanno altro che alimentare la paura per il diverso, la xenofobia

    continua su Che Dicono Di Noi

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    La clandestinità è reato. Un altro spot del governo

     
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    La clandestinità è reato. Un altro spot del governo

    di MAZZETTA

    Varato il decreto che istituisce il reato di clandestinità, si attende ora di vedere come l'intero apparato statale riuscirà a far finta che la norma non sia mai entrata in vigore.
    Il provvedimento non è nulla di più di uno spot elettorale, con i soliti profili di dubbi costituzionalità e costruito su presupposti ideologici che ne mineranno fin da subito applicabilità e forza. Lo stesso è accaduto per le norme che proibiscono la prostituzione in strada e lo stesso accade ogni volta che il governo Berlusconi decreta per farsi un po' di pubblicità verso gli italiani abbastanza razzisti e abbastanza ignoranti da non rendersi conto che questo genere di provvedimenti non serve a rimediare certi problemi, ma fondamentalmente ad ingannare proprio questo target elettorale per carpirne i voti.
    Molti di questi sono convinti da anni che il clandestino sia un delinquente e ci rimanevano malissimo quando gli si faceva notare che il reato di clandestinità era inesistente, adesso saranno contenti di questa novità,  finchè durerà. In effetti il governo doveva assolutamente provare a fare qualcosa, l'aumento degli sbarchi clandestini fa a pugni con la pretesa della destra di costituire un baluardo contro l'invasione straniera, questo provvedimento serve quindi a tener buoni gli xenofobi al traino, anche se avrà un effetto pressoché nullo sulle dinamiche migratorie. Tanto più che le carceri sono già strapiene e non si saprebbe neppure dove metterli. Fumo negli occhi come la decisione di rimpatriare al volo i clandestini, anche questa un'iniziativa annunciata e poi abortita a causa dell'impossibilità pratica ed economica.
    Profili di legittimità a parte, la norma che introduce il reato di clandestinità è un assurdo per diversi motivi, primo fra tutti quello dell'impossibilità pratica di organizzare un processo penale per i clandestini senza mandare a fondo il sistema giudiziario. La cosa si risolverà con un vasto ricorso alla discrezionalità degli operatori della pubblica sicurezza, che vi faranno ricorso quanto meno possibile. Senza considerare che in questo modo si criminalizzano un mare di persone che criminali non sono (come si può considerare un criminale chi cambia paese in cerca di fortuna per il solo fatto che cerchi di farlo?) e che saranno invece fin da subito bollati come tali ponendo un'ovvia ipoteca sul loro futuro e sulle possibilità d'integrazione. Un bel regalo a chi sfrutta la manodopera irregolare, tra l'altro, il clandestino che volesse denunciare un reato o uno sfruttatore si troverà così per primo ad essere indagato e condannato.
    A titolo d'esempio è significativo considerare l'esito di un analogo provvedimento in vigore da tempo negli USA. I tribunali degli stati di frontiera si sono talmente riempiti che i procuratori hanno dovuto  scegliere di non perseguire altri reati per poter seguire le direttive politiche, così ad esempio succede che negli stati di frontiera non vengano più perseguiti coloro i quali vengono trovati in possesso di meno di 500 pound di marijuana, che corrispondono  a più di 200 chilogrammi, con tanti saluti alla pretesa "War on Drugs" e ad una legislazione durissima nei riguardi del possesso di stupefacenti. Non è difficile pensare cosa succederà ai già asfittici tribunali italiani in regioni di frontiera come la Sicilia.
    Dove invece i berlusconiani si sono tirati in dietro è stato al Parlamento Europeo, porprio ieri si sono distinti per aver votato, soli,  contro un provvedimento che dispone la pubblicità delle presenze dei deputati europei e della loro produttività istituzionale, ma anche questo si spiega facilmente con il desiderio di nascondere che i parlamentari italiani, in particolare quelli del centro-destra, sono i più assenteisti di tutti, già Renato Brunetta si è rivelato un campione d'assenteismo, figurarsi gli altri. continua su MAZZETTA

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    La Banca Rasini

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    La Banca Rasini

    Quando l’animatore turistico e nullatenente Silvio Berlusconi scende nelle costruzioni immobiliari, nessuno lo conosce e nessuno sa a tutt’oggi dove ha preso l’enorme somma di denaro necessaria a diventare palazzinaro. Ha 25 anni, il giorno prima e’ un venditore di scope elettriche a domicilio, il giorno dopo fondala Cantieri Riuniti Milanesi Srl insieme al costruttore Pietro Canali e parte comprando un terreno in via Alciati a Milano, per 190 milioni di lire, grazie alla fideiussione del banchiere Carlo Rasini, titolare e cofondatore della Banca Rasini, nella quale lavorava il padre di Silvio. Due anni dopo fonda la Edilnord Sas, in cui e’ socio d’opera accomandatario, mentre Carlo Rasini e il commercialista svizzero Carlo Rezzonico sono soci accomandanti. In quest’azienda, Carlo Rezzonico fornisce i capitali attraverso la finanziaria Finanzierungsgesellschaft für Residenzen AG di Lugano. Gli anonimi capitali della finanziaria svizzera vengono in parte depositati presso l’International Bank di Zurigo e pervengono alla Edilnord attraverso la Banca Rasini.
    C’e’ una sola risposta razionale: Berlusconi e’ stato scelto come uomo di paglia per ricilare soldi sporchi della mafia. E infatti, la Banca Rasini, secondo un rapporto della Criminalpol, in quegli anni e’ implicata nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dalla cosiddetta “mafia dei colletti bianchi”, la quale e’ in rapporto col boss mafioso palermitano Vittorio Mangano. Nel 1975 Berlusconi lo assumera’ come custode e stalliere della sua villa, un’attivita’ abbastanza strana per un capomafia. Poco tempo dopo la sua assunzione, pero’ Mangano verra’ arrestato.
    Il primo grosso affare Berlusconi lo realizza nel 1963. Ha 27 anni. Come amministratore della Edilnord costruisce un complesso residenziale per 4.000 abitanti a Brugherio. Da dove provenissero gli ingenti finanziamenti necessari non lo ha mai detto, sappiamo solo che arrivano dalla Svizzera attraverso la Finanzierungesellschft fur Residenzen AG di Lugano dell’avvocato Renzo Rezzonico.
    Nel 1968 il vero grande affare: la costruzione di Milano 2, 712.000 metri quadri. Questa volta gli occulti finanziatori svizzeri tirano fuori ben 3 miliardi di allora. Da un’attenta indagine risulta che dietro agli occulti finanziatori compaiono la Privat Credit Bank, la FiMo, la Interchange Bank, la Banca Svizzera Italiana, esponenti della DC svizzera e Giuseppe Pella, esponente della destra democristiana italiana.
    FiMO e’ la societa’ fiduciaria di Silvio Berlusconi a Chiasso. Coinvolta nelle inchieste giudiziarie aperte in diversi paesi europei per riciclaggio di ingenti somme di narcodollari provenienti dalla mafia colombiana.
    La banca Rasini era la cassaforte della cupola quando ne era il capo Toto Riina, infatti i clienti principali erano i boss mafiosi Pippo Calo’, Bernardo Provenzano e lo stesso Toto’ Riina. La Banca Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre 300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest, il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983… continua su Masada

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    La coscienza a posto: apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti

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    La coscienza a posto: apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti

    da Uguale Per Tutti

    Con riferimento alle domande che tanti si fanno sul “a che serve?”, “ma ne vale la pena?”, iniziamo l’anno nuovo proponendovi uno scritto di Italo Calvino.
    Esso è apparso per la prima volta su “La Repubblica” il 15 marzo 1980, ma appare negli appunti dell’archivio Calvino con il titolo “La coscienza a posto”. E’ stato ripubblicato in “Romanzi e racconti” (Meridiani Mondadori, 1994, vol. 3, pp. 290-293) come “La coscienza a posto (Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti)”.
    di Italo Calvino


    C’era un paese che si reggeva sull’illecito.
    Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.
    Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.
    Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.
    Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale.
    Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale.
    Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
    Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.
    Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.
    La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
    Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.
    In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere.
    Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri.
    Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
    In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema.
    Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
    Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.
    Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
    Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone.
    In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare.
    Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede.
    Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sè (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perchè sapevano che il peggio è sempre più probabile.
    Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

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    Ora é tutto permesso

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    Ora é tutto permesso di Massimo Fini

    Con l’annuncio di Silvio Berlusconi di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza si è giunti al culmine di un’escalation, iniziata tre lustri fa, che porta dritto e di filato a una dittatura di un solo uomo che farebbe invidia a un generale birmano. Da un punto di vista formale la cosa è legittima. La nostra Carta prevede, all’articolo 138, i meccanismi per modificare le norme costituzionali. Ma farlo a colpi di maggioranza lede i fondamenti stessi della liberal-democrazia che è un sistema nato per tutelare innanzitutto le minoranze (la maggioranza si tutela già da sola) e che, come ricordava Stuart Mill, uno dei padri nobili di questo sistema, deve porre dei limiti al consenso popolare. Altrimenti col potere assoluto del consenso popolare si potrebbe decidere, legittimamente dal punto di vista formale, che tutti quelli che si chiamano Bianchi vanno fucilati. Ma la Costituzione non ha abolito la pena di morte? Che importa? Si cambia la Costituzione. Col consenso popolare. Elementare Watson. Senza contare che a noi la Costituzione del 1948 va bene così, e non si vede un solo motivo per stravolgerla (altra cosa è qualche ritocco sporadico per aggiornarla).Com’è possibile che in una democrazia si sia giunti a questo punto?
    Non fermando Berlusconi sul bagnasciuga, permettendogli, passo dopo passo, illiberalità e illegalità sempre più gravi. Prima il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) che è il contrario di un assetto liberal-liberista perché ammazza la concorrenza e in un settore, quello dei media televisivi, che è uno dei gangli vitali di ogni moderna liberaldemocrazia. Poi un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio. Quindi le leggi “ad personas”, per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, “ad personam” per salvare se stesso, il “lodo Alfano”, che ledono un altro dei capisaldi della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Infine una capillare, costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura non solo per metterle la mordacchia (che è uno degli obbiettivi, ma non l’unico e nemmeno il principale della cosiddetta riforma costituzionale), ma per instaurare un regime a doppio diritto: impunità sostanziale per “lorsignori”, “tolleranza zero”, senza garanzia alcuna, per i reati di strada, che sono quelli commessi dai poveracci. Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento e di quei fantocci che sono i presidenti delle due Camere, padrone assoluto del centro-destra, se si eccettua, forse, la Lega, padrone di tre quarti del sistema televisivo, con un Capo dello Stato che assomiglia molto a un Re travicello, Silvio Berlusconi è ormai il padrone assoluto del Paese e si sente, ed è, autorizzato a tutto.
    Recentemente ha avuto la protervia di accusare le reti televisive nazionali, che pur controlla nella stragrande maggioranza (oggi, in presenza del suo inquietante annuncio, si sono occupate soprattutto della neve), di “insultarlo”, di “denigrarlo”, di essere “disfattiste” (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlare troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa (mentre lui, il genio dell’economia, non si era accorto, nemmeno dopo il crollo dei “subprime” americani, dell’enorme bolla speculativa in circolazione). Poi, non contento, ha intimidito i direttori della Stampa e del Corriere (che peraltro se lo meritano perché in questi anni i due giornali hanno avallato, con troppi silenzi e qualche adesione, tutte le illegalità del berlusconismo) affermando che devono “cambiare mestiere”.Questa escalation berlusconiana ci spiega la genesi del fascismo. Che si affermò non in forza dei fascisti ma per l’opportunismo, la viltà, la complicità (o semplicemente per non aver capito quanto stava succedendo) di tutti coloro che, senza essere fascisti, si adeguarono. Ma sarebbe ingeneroso paragonare il berlusconismo al fascismo. Ingeneroso per il fascismo. Che aveva perlomeno in testa un’idea, per quanto tragica, di Stato e di Nazione. Mentre nella testa di Berlusconi c’è solo il suo comico e tragico superego, frammisto ai suoi loschi interessi di bottega. Una democrazia che non rispetta i suoi presupposti non è più una democrazia. Una democrazia che non rispetta le sue regole fondamentali non può essere rispettata. Da questo momento anche noi ci riteniamo liberi da ogni vincolo di lealtà democratica, mettendoci “alla pari” col Presidente del Consiglio. “A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini quando lottava contro il totalitarismo. O per finirla in modo più colto: “Se tutto è assurdo”, grida Ivan Karamazov “tutto è permesso”. Tutto.

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    Le accuse di Berlusconi e le colpe del Corriere

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    vignetta di Molly Bezz

    Le accuse di Berlusconi e le colpe del Corriere

    di Massimo Fini

    Blandamente criticato da Stampa e Corriere della Sera per una misura in fondo marginale come l'aumento dell'Iva a Sky (che non è come dice Veltroni, una Tv per tifosi squattrinati - quelli vanno allo stadio, in curva - ma per gente benestante) Silvio Berlusconi ha affermato che i direttori di questi due giornali dovrebbero cambiare mestiere. Il presidente del Consiglio ha detto testualmente: "In tanti dovrebbero cambiare mestiere, direttori di giornali e politici, ho visto che la Stampa ha titolato "Berlusconi contro Sky", ho visto le vignette del Corriere della Sera, ma che vergogna... dovrebbero avere tutti più rispetto per se stessi e fare un altro mestiere".
    Ha ragione: se non per la Stampa senz'altro per il Corriere della Sera. Ma in senso diametralmente opposto a quello che gli dà il premier. La responsabilità del Corriere della Sera, un giornale dalle grandi tradizioni liberali e che si presenta tutt'oggi come liberale, è di aver non solo avallato ma sostenuto in questi decenni, attraverso i suoi principali editorialisti, Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco (nelle cronache è stato invece più equilibrato) le posizioni e le azioni illiberali del Cavaliere.
    Il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) è il contrario di un assetto liberal-liberista perché, come insegnano al primo anno di Economia, e come scrivevano i padri di questo sistema, Adam Smith e David Ricardo, ammazza la concorrenza che è l'essenza stessa del liberal-liberismo e la cui mancanza è particolarmente grave nel settore dei media televisivi che sono il ganglio vitale di ogni moderna liberaldemocrazia.
    Un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio, e di cui ci si accorge solo quando tocca anche i propri interessi (che è il caso di Sky). Le leggi "ad personas", per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, e "ad personam", per salvare se stesso, il "lodo Alfano", ledono un altro principio fondante di una liberaldemocrazia: l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Ma più gravi ancora sono state, a mio avviso, le continue e devastanti aggressioni alla Magistratura italiana, la sua delegittimazione. In terra di Spagna, davanti a tutta la stampa internazionale, allibita, Berlusconi dichiarò che "Mani pulite", cioè inchieste e sentenze della magistratura del suo Paese, di cui pur era premier, erano state una "guerra civile". Non c'è stata volta in cui Berlusconi o i suoi amici politici sono stati raggiunti da provvedimenti giudiziari che i Pm e i giudici non siano stati accusati di "uso politico della giustizia", un reato gravissimo peraltro mai dimostrato, fino ad affermazioni generiche ma non meno gravi: "i giudici sono antropologicamente dei pazzi", "la magistratura è il cancro della democrazia".
    E così adesso anche Paolo Mieli si becca della "toga rossa". E ben gli sta. E anche all'inaudito volgare e violento attacco di Berlusconi, il Corriere ha reagito con un corsivetto tremebondo e una cronaca in cui la metteva sull'umorale.
    Questo atteggiamento supino del Corriere, il più importante quotidiano italiano, non ha fatto il bene del Paese nè dello stesso Presidente del Consiglio. Lasciatagli passare, passo dopo passo, ogni cosa, il Cavaliere, che antropologicamente non conosce il senso del limite, si sente ormai autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le Reti televisive nazionali che pur controlla per i 3/4 di "denigrarlo", di "insultarlo", di essere "disfattiste" (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlar troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa.
    Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento, padrone del centrodestra, se si eccettuano la Lega e l'Udc di Casini che ha avuto il coraggio morale di smarcarsi, padrone del sistema televisivo, ricco più di Creso, Silvio Berlusconi è ormai il padrone pressochè assoluto del Paese. E nessuno può più fermarlo. Una situazione che con la liberaldemocrazia non ha nulla a che vedere. E il Corriere della Sera ne è per la sua parte, che è una notevole parte, corresponsabile.
    Massimo Fini - www.massimofini.it

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    Saladino, spunta l’agenda con i nomi dei politici

    La testimone: «In almeno tre occasioni Antonio mi parlò di incontri avuti con Mancino»
    Roma — Stavolta a dirlo sono le carte della procura di Salerno e le agende di Antonio Saladino.
    Luigi De Magistris aveva puntato le indagini verso un intreccio potente di interessi. Un grumo di affari, potere, amicizie eccellenti che metteva d’accordo politici di maggioranza e opposizione, magistrati e imprenditori contigui alla mafia, generali e vescovi con l’aiuto di raffinati tessitori. Per questo le sue inchieste «Why Not», «Poseidone» e «Toghe Lucane» dovevano essere sottratte a lui, frantumate e disperse.
    Le accuse
    L’inchiesta che scuote il mondo politico e istituzionale fino al Colle riparte da lì. Dalle accuse del magistrato, nel frattempo spogliato delle indagini e trasferito a Napoli.
    Poi ripercorre il filo delle sue inchieste che si incentrano sulla figura di Antonio Saladino, «punto apicale di Cl e della Compagnia delle Opere della Calabria».
    E tra i vorticosi contatti spunta il nome del vicepresidente del Csm, che ha sempre sostenuto di aver incontrato Saladino una sola volta nell’85, presentatogli da un giovane candidato alle elezioni. C’è la telefonata «di ben 183 secondi» partita dall’utenza di Mancino e giunta a Saladino, che l’ex presidente del Senato ha precisato venne compiuta da un suo collaboratore.
    Ma di lui parla anche Caterina Merante, socia di Saladino: la testimone dalla quale è scaturita tutta l’indagine.
    «Nel corso di questi anni in almeno tre occasioni Antonio Saladino ha avuto modo di riferirmi di incontri da lui avuti con Nicola Mancino, anche quando era presidente del Senato».
    Le agende di Saladino
    Il 26 febbraio 2008 De Magistris ricostruisce la rete di relazioni di Saladino attraverso la consultazione delle agende che lui stesso aveva sequestrato durante una perquisizione all’indagato.
    Le agende sono poi state trasmesse alla procura di Salerno.
    Dagli appuntamenti emerge un quadro molto più ramificato di quanto si era pensato ai tempi dell’indagine su Prodi quando spuntarono i nomi del senatore di Forza Italia Pittelli, di Luigi Bisignani, del generale della GdF Poletti. Saladino aveva rapporti bipartisan.
    Si va da «La Torre, numero progressivo 04, credo esponente ds molto vicino all’on. D’Alema». Interessante per il pm l’incontro La Torre e Valerio Carducci «collegamento del Saladino con gli ambienti politici romani». Al numero 07 «il generale della Guardia di Finanza Adinolfi. Sul quale — riferisce De Magistris — stavamo concentrando l’attenzione proprio quando è intervenuta l’avocazione». Al numero 09 il nominativo «ritengo, dell’onorevole Minniti». Poi vicino a quello di Carducci.
    Il 12 luglio appuntamento con Mastella. E un «incontro con un vescovo».
    Il 26 ottobre «riferimento all’ex ministro dell’Interno Pisanu, all’europarlamentare Sandro Gozi (vicino a Prodi). Nelle agende anche i nomi dei «coniugi Bassolino» (n.85). Il fratello dell’ex ministro Antonio Marzano (96). E dell’attuale ministro Renato Brunetta. Al numero 115 si annota: «Carducci da Corrias/ Alemanno; Pisanu Angelo X Ancitel; Poletti».
    I politici
    Nello svolgimento delle indagini emergono molti altri politici contattati da Saladino. Si va dall’ex segretario ds Nicola Adamo a Francesco Rutelli, ai presidenti della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti e Agazio Loiero, ai quali Saladino promette voti. De Magistris parla anche della società Tesi, «riconducibile alla moglie dell’ex segretario Ds» che aveva avuto commesse nell’informatica, nella sanità e nell’ambiente.
    In essa figurano «rappresentanti di quasi tutti i partiti politici».
    Dalle sinistre «alla famiglia Abramo, Sergio già sindaco di Forza Italia, Why not, riconducibile all’epoca a Saladino il quale aveva rapporti di affari stretti e intensi con la cosiddetta Loggia di San Marino e gli ambienti molto vicini al presidente del Consiglio Prodi».
    A far scalpore sono però soprattutto le accuse di De Magistris ai colleghi.
    Non ha risparmiato nessuno. Rammaricandosi anche per il mancato intervento del presidente della Repubblica «un intervento che avevo auspicato pubblicamente».
    Nelle 1800 pagine di decreto di perquisizione e sequestro, le accuse sono tutte nero su bianco.
    Contro i colleghi
    Il 12 novembre 2007 De Magistris accusa i colleghi: «Togliendomi Poseidone mi hanno voluto lanciare un messaggio per cercare di fermarmi perché ancora non sapevano ancora del livello che avevano raggiunto Toghe Lucane e Why Not».
    Per questo «hanno dovuto accelerare la mia richiesta di trasferimento cautelare e qui si innestano poi, evidentemente, anche delle sinergie istituzionali perché è ovviamente inquietante il silenzio istituzionale sulla vicenda, per esempio, del trasferimento cautelare e in qualche modo il coinvolgimento di Prodi e Mastella (indagati da De Magistris ndr) ... Io credo che non si sia mai visto che un Ministro della Giustizia chieda il trasferimento cautelare di un magistrato che indaga sul Presidente del Consiglio di cui lui è ministro e che regge in modo determinante la maggioranza che è un po’ fragile e soprattutto che chiede il trasferimento di chi sta lavorando in qualche modo su di lui ... e il ministro Mastella lo sapeva benissimo, intercettazioni che lo riguardavano direttamente ... quindi vuol dire che necessariamente si è disposti anche a mettere sul tappeto il rischio di una rottura istituzionale sui rapporti tra esecutivo e Magistratura o anche una rivolta dell’opinione pubblica o dei magistrati a fronte di un atto così grave ...».
    I legami d’affari
    Il pm De Magistris denuncia anche legami di tipo affaristico che si consolidano attraverso la costituzione dell’Istituto per il turismo del Sud e la nuova Merchant spa con il supporto della Banca Nuova Spa con sede in Palermo. «È questo il caso della Free foundation for research on european economy».

    da Corrieredellasera.it del 5 dicembre 2008 continua su Uguale Per Tutti

     
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    Il voto di scambio alla luce del sole del candidato governatore

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    Il voto di scambio alla luce del sole del candidato governatore

    di Antonello Tomanelli (avvocato)

    Che in alcuni enti locali avvengano assunzioni in massa nell’imminenza di una consultazione elettorale, è cosa risaputa. Ma mai era accaduto che una simile pratica divenisse oggetto di uno spot elettorale. E’ il caso di Gianni Chiodi, candidato del Pdl a Governatore dell’Abruzzo, che in piena campagna elettorale si è fatto riprendere mentre esorta gli abruzzesi a recarsi nei giorni 22 e 23 novembre “alla bancarella di Gianni” per quello che definisce “censimento della formazione e dell’imprenditorialità”.

    A chiarire l’iter da seguire alla bancarella di Gianni (che sarebbe il gazebo elettorale) è una voce femminile fuori campo, accompagnata da un sottofondo musicale che non può non infondere speranza. Gli interessati dovranno compilare un modulo che riporta le generalità, il titolo di studio, l’attività attualmente svolta, le aspirazioni professionali, l’attitudine al lavoro d’équipe e un breve curriculum. Addirittura viene richiesta la firma per l’utilizzo dei dati personali. Il candidato Governatore prosegue rassicurando il giovane telespettatore che “entro il 31 gennaio 2009” verrà “convocato per la selezione e per il programma di formazione”. Quasi Chiodi non fa in tempo a finire la frase, che ritorna la voce femminile fuori campo: “Il 30 novembre e il 1° dicembre vota Gianni Chiodi, il presidente della rinascita”. Il target cui si indirizza lo spot elettorale è evidenziato dal titolo, più volte richiamato: “Tutti i giovani del presidente”.

    Lo spot finisce subito su youtube. E, per qualche ora, anche sul sito dello stesso candidato Governatore. Non fa in tempo ad entrare nel circuito delle televisioni locali, perché evidentemente qualcuno fa capire a Gianni Chiodi l’enorme sciocchezza che ha commesso. Il più inviperito pare Francesco Storace, che preannuncia una denuncia alla procura della Repubblica. E Chiodi non può far altro che tentare una penosa difesa, parlando di “censimento”.

    In effetti, Storace ha ragione. Quello spot elettorale realizza chiaramente gli estremi del cosiddetto “voto di scambio”. Il reato è ben descritto dall’art. 86 del Dpr n. 570 del 1960, il quale punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni “chiunque, per ottenere a proprio od altrui vantaggio […] il voto elettorale o l’astensione, dà, offre o promette qualunque utilità ad uno o più elettori”.

    Nello spot Chiodi invita i telespettatori a recarsi, pochi giorni prima delle elezioni, presso la propria “bancarella” lasciando generalità, residenza, curriculum, aspirazioni professionali. Insomma, invita a quella che può sostanzialmente definirsi una domanda di lavoro. Una domanda alla quale, entro il 31 gennaio 2009, farà seguito, secondo le inequivocabili parole di Chiodi, la convocazione “per la selezione e per il programma di formazione”. Tra coloro che si recheranno alla “bancarella di Gianni”, qualcuno verrà scelto per un corso di formazione, ossia un qualcosa che certamente rappresenta quella “utilità” di cui parla la norma incriminatrice.

    E, fatta questa solenne promessa, vi è l’esplicito invito della voce femminile fuori campo a votare Gianni Chiodi, il “presidente della rinascita”. Non c’è dubbio che quella “utilità” rappresentata dal corso di formazione è consequenziale al voto espresso in favore di Chiodi, soprattutto se si considera che la selezione avverrà “entro il 31 gennaio 2009”, ossia a risultato elettorale acquisito. Meglio, in caso di vittoria di Chiodi, eletto anche grazie al voto di chi si recherà presso la sua “bancarella”.

    E’ curioso notare come sia difficile riconoscere una sia pur minima buona fede a Gianni Chiodi e al suo staff. Infatti, nel bel mezzo dello spot, dopo aver spiegato l’iter che i giovani abruzzesi devono seguire presentandosi alla “bancarella di Gianni”, il candidato precisa che “con questo atto non esprimi una preferenza politica, ma stai prenotando un incontro di selezione, di formazione e di avviamento al lavoro imprenditoriale”. E, francamente, non si capisce come Gianni Chiodi, o chi per lui, possa aver sperato che quelle parole sarebbero state sufficienti ad escludere il reato di voto di scambio.

    E’ comunque probabile che la sciocchezza sia derivata dall’ingenua credenza che una esplicita e diretta promessa di lavoro, rivolta addirittura attraverso uno spot elettorale, avrebbe escluso il reato, sul presupposto che il voto di scambio è sempre frutto di accordi “sottobanco”.

    In realtà, l’elemento che caratterizza questo reato è un altro: l’identificazione di coloro ai quali è rivolta la promessa di “qualunque utilità”. Se un politico cerca i voti degli studenti promettendo loro il rimborso delle tasse universitarie, o i voti dei dipendenti pubblici garantendo loro aumenti salariali, certamente promette ad entrambe le categorie una “utilità”, ma fa legittima propaganda perché si rivolge ad una parte del corpo elettorale. Se invece promette corsi di formazione (“utilità”) a coloro che lasceranno curriculum e dati personali presso il gazebo elettorale, non si rivolge più ad una parte del corpo elettorale ma ad un insieme di individui, che vengono in essere nel momento in cui rilasciano i propri dati personali. Lo stesso insieme di individui ai quali promette denaro o l’assunzione in un ente (“utilità”) in funzione del voto espresso e fotografato in cabina elettorale. 

    continua su  i] difesa dell'informazione

         

    BERLUSCONI SHOW - ABRUZZO

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    “I politici dovrebbero essere accusati di una quantita’
    sterminata di reati,
    che io enuncio solo moralmente: indegnita’, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico,
    intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia,
    alto tradimento in favore di una nazione straniera,
    collaborazione con la Cia, uso illecito di servizi segreti, responsabilita’ nelle stragi..
    responsabilita’ della degradazione antropologica degli italiani…” 
    Pier Paolo Pasolini
    (1975)
     
     
     
    I deboli non combattono
    quelli più forti lottano forse per un ora
    quelli ancora più forti lottano per molti anni
    ma quelli fortissimi lottano per tutta una vita
    Costoro sono indispensabili
    (Berltod Brecht)
     
     
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     L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità
     
     incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo
     
    prestarsi in qualche modo a contribuire
     
    a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

    (Pier Paolo Pasolini) 

           

    Non vi e’ dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai

    nessun mezzo di informazione al mondo.

    Il giornale fascista e le scritte su

    cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere.

    Il fascismo non e’ stato

    sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire

    l'anima del popolo italiano:

    il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d'informazione,


    non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

    (Pier Paolo Pasolini)

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    Gli effetti (vicini allo zero) della tolleranza zero

     
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    Gli effetti (vicini allo zero) della tolleranza zero

    Contromano di Curzio Maltese

    Quando si parla di tolleranza zero, bisognerebbe deporre ogni tanto i cinturoni ideologici e farsi un giro nella realtà. La realtà è che le carceri italiane, a pochi mesi dall’indulto, sono ancora una volta sull’orlo dell’esplosione.

    Sono 58mila i detenuti, a fronte di 43mila posti disponibili. Il 40 per cento dei detenuti è composto da extracomunitari. Nelle città la percentuale è ancora superiore. A San Vittore, Milano, gli extracomunitari sono il 70 per cento, gli stranieri sfiorano in totale il 90 per cento. E’ il quadro di un’ingiustizia, poiché è difficile credere che gli italiani commettano solo il 10 per cento dei reati.

    Ma andiamo avanti. Ogni giorno a San Vittore entrano una trentina di arrestati. Nel giorno in cui capita chi scrive, i ventotto arrestati sono tutti stranieri. La metà non ha commesso tecnicamente alcun reato. Non sono spacciatori, stupratori, assassini, ma poveri cristi che hanno violato un paio di volte le norme amministrative riguardanti l’immigrazione. In definitiva, clandestini. Rimarranno nelle celle di San Vittore due, tre giorni, una settimana al massimo, a contatto con criminali veri.

    Qualcuno magari farà due calcoli, confrontando il suo salario di muratore (in bero, s’intende) con i guadagni di uno spacciatore.

    La tolleranza zero ha questo merito, di dare l’opportunità a lavoratori di scprire che il delitto paga. Altri, la maggioranza, usciranno e riprenderanno a lavorare in nero per pochi soldi nei capannoni dell’hinterland, col loro foglio di rimpatrio in tasca, in attesa di una sanatoria che non arriverà. I poliziotti che li arrestano, i politici che fanno le leggi e i giudici che le applicano, tutti sanno che si tratta di un’idiozia. Ma queste sono le norme.

    Un magistrato milanese mi racconta di non aver potuto far arrestare un uomo che aveva ucciso il cognato in maniera per giunta efferata. Siccome non c’era la possibilità che scappasse (aveva confessato) e neppure che ripetesse il reato (aveva un cognato solo), l’hanno dovuto rimandare a casa.

    La tolleranza zero all’italiana non serve a risolvere il problema dell’immigrazione clandestina e tantomeno a rendere più sicura la vita dei cittadini italiani. Serve soltanto a sfasciare del tutto il sistema carcerario, a mantenere i migranti in una condizione di schiavitù e di paura e a trasformarne alcuni in delinquenti.

    E l’alternativa, si dirà? Come sempre, prendere dall’Europa un modello a caso, Francia, Germania, Spagna, Olanda, e provare ad applicarlo da noi. continua su BananaBis

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    Berlusconi telefona a Ballarò: uso improprio del mezzo televisivo

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    Berlusconi telefona a Ballarò: uso improprio del mezzo televisivo

    di  Antonello Tomanelli avv.

    Per un momento alcuni avranno pensato ad un collegamento telefonico con Sabina Guzzanti. Invece è proprio il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad aver telefonato in diretta a Ballarò, per portare un duro attacco ad Antonio Di Pietro ed un’aspra critica dal sapore intimidatorio al segretario della Cgil Guglielmo Epifani, presente alla trasmissione. Al cospetto di un sorpreso Giovanni Floris, che alla formulazione di una domanda si è sentito buttare giù il telefono.

    Una telefonata che forse non rappresenterà un caso di “uso criminoso” della tv pubblica. Forse sarà l’indice di una condizione psicologica del presidente del Consiglio non proprio ottimale. E forse Floris avrebbe potuto fare di più, avendo dalla sua la Carta dei Doveri, che gli impone di non subordinare la propria responsabilità verso i cittadini “ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell’editore, del Governo o di altri organismi dello Stato”. Sta di fatto che, per quanto ci si sforzi, riesce difficile ipotizzare che l’irrompere del capo del Governo in una trasmissione di approfondimento informativo all’infuori di un formale invito possa essere ritenuto conforme alle regole di una moderna democrazia.

    Ciò in quanto i monologhi televisivi delle alte cariche dello Stato sono sì previsti dalla legge, ma in tutt’altro contesto. L’art. 33 del D.Lgs. n. 177 del 2005 (Testo Unico della Radiotelevisione) stabilisce che “La società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo è tenuta a trasmettere i comunicati e le dichiarazioni ufficiali del presidente della Repubblica, dei presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, del presidente del Consiglio dei Ministri e del presidente della Corte Costituzionale, su richiesta degli organi medesimi, facendo precedere e seguire alle trasmissioni l’esplicita menzione della provenienza dei comunicati e delle dichiarazioni” (comma 2°); e che “Per gravi ed urgenti necessità pubbliche la richiesta del presidente del Consiglio dei Ministri ha effetto immediato. In questo caso egli è tenuto a darne contemporanea comunicazione alla Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi” (comma 3°).

    La ratio della norma è evidente. Le massime cariche dello Stato possono disporre del mezzo radiotelevisivo per rivolgersi alla collettività, ma solo in casi eccezionali e nell’ottica del perseguimento dell’interesse generale. Al di fuori di tale ipotesi, qualsiasi loro intervento si risolverebbe in un’indebita interferenza con la funzione informativa, che è prerogativa del giornalista. Il monologo di Berlusconi non poggiava sull’ombra di nemmeno uno di quei presupposti di legge. Per diversi minuti il presidente del Consiglio si è impadronito del mezzo televisivo e ha alterato la scaletta di una trasmissione di approfondimento informativo solo per attaccare Di Pietro e il leader della Cgil.

    Non si può arrivare a dire che con quella telefonata Berlusconi abbia commesso i reati di "abuso d'ufficio" o di "interruzione di pubblico servizio". Ma non c'è dubbio che quanto più un'alta carica dello Stato occupa una trasmissione di approfondimento informativo al di fuori dei presupposti stabiliti dalla legge, tanto più ci si allontana dal sacrosanto principio democratico dell'autonomia dell'informazione dalla sfera politica. Diciamo che può parlarsi quantomeno di "uso improprio del mezzo televisivo".

    Tra l’altro, l’attacco a Di Pietro si è rivelato quanto mai scoordinato. Nel replicare all’ex magistrato che nelle precedenti ore lo aveva accusato di essere un “corruttore politico”, ha preannunciato nei suoi confronti una denuncia per calunnia. Francamente, non si capisce su quali basi.

    Essere un corruttore politico è cosa ben diversa dall’essere un corruttore. “Corruttore politico” è chi tenta di ingraziarsi un avversario politico per farlo passare dalla propria parte, magari offrendogli un prestigioso incarico. Proprio come fece Berlusconi quando offrì a Di Pietro un ministero all’indomani di Mani Pulite e della sua prima vittoria elettorale. E come, stando a quel che dice Di Pietro, lo stesso Berlusconi ha fatto recentemente con Orlando e Villari in relazione alla nota vicenda della presidenza della Commissione di Vigilanza.

    Insomma, un comportamento piuttosto consueto in politica. E, soprattutto, non costituendo reato, un comportamento lontano anni luce da quella corruzione, penalmente rilevante, che nella stragrande maggioranza dei casi consiste nell’offrire a un pubblico ufficiale denaro o altra utilità per compiere un atto contrario ai suoi doveri d’ufficio. Di qui l’infondatezza della denuncia per calunnia che Berlusconi ha minacciato di presentare contro Di Pietro, consistendo la calunnia nel comportamento di chi (peralro solo con querela o denuncia all'Autorità Giudiziaria) accusa falsamente qualcuno di aver commesso un reato.

    continua su i] difesa dell'informazione

     

      

    Balle a Ballarò

    "Di Pietro? Sì che mi piacerebbe averlo con me, come ministro"

    (Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo Show, 22 febbraio 1994).


    "E' in corso a Roma, secondo quanto ha appreso l'Ansa, un incontro tra il presidente del Consiglio incaricato Silvio Berlusconi e il giudice Antonio Di Pietro" (Ansa, 7 maggio 1994, ore 14.53).


    "'Ho fatto presente che non potrò accettare il pur prestigioso incarico di ministro'. Lo ha affermato il giudice Antonio Di Pietro conversando con i giornalisti al termine dell'incontro con Silvio Berlusconi. 'Ho avuto l'onore di incontrare il presidente del Consiglio incaricato - ha fra l'altro detto Di Pietro - al quale ho confermato che in questo momento ritengo doveroso rimanere al fianco dei colleghi della Procura di Milano per portare a compimento il lavoro iniziato. Coerentemente ho fatto presente che non potrò accettare l'incarico di ministro dell'Interno... All'on. Berlusconi ho formulato i miei auguri affinché possa svolgere questo lavoro con serenità e possa conseguire i risultati sperati nell'interesse del Paese'. Di Pietro ha infine reso noto che stava per rientrare alla Procura di Milano" (Ansa, 7 maggio 1994, ore 15.37).


    "Avevo una rosa, ora è caduto un petalo e mi restano le spine" .

    (Silvio Berlusconi, dopo il no di Di Pietro, 7 maggio 1994)


    "Eh, se Di Pietro avesse dato retta a me e fosse entrato nel mio governo..."

    (Silvio Berlusconi, dopo le dimissioni di Di Pietro dal pool Mani Pulite, 7 dicembre 1994)


    "Non ho mai offerto a Di Pietro il ministero dell'Interno. Di Pietro mi fa orrore perché sbatteva in galera gli innocenti" (Silvio Berlusconi, 10 aprile 2008).


    "E' vero che nel 1994 ho chiesto di incontare Di Pietro perché volevo fargli fare il ministro. Ma allora non sapevo che da magistrato aveva messo in prigione tante persone innocenti. Quando l'ho saputo ho subito cambiato idea" (Silvio Berlusconi, Ballarò, Rai3, 18 novembre 2008. Per la cronaca, le uniche persone arrestate su richiesta di Di Pietro dopo l'incontro con Berlusconi del 7 maggio 1994 erano alcuni imprenditori e finanzieri per l'inchiesta sulle tangenti alla Guiardia di Finanza, conclusasi con una raffica di condanne e patteggiamenti. Di Pietro si dimise dal pool Mani Pulite il 6 dicembre di quell'anno).

    da Carta Canta di Marco Travaglio

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    Se vuoi essere un eroe, seguimi e basta

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    Appena nati vi fanno sentire piccoli
    non dandovi tempo, invece di darvelo tutto
    finché il dolore non è così grande che non sentite più niente
    bisogna essere un eroe della classe operaia
    bisogna essere un eroe della classe operaia

    Vi feriscono in casa e vi feriscono a scuola
    vi odiano se siete intelligenti ma disprezzano uno stupido
    finché non diventate così fottutamente pazzi
    da non riuscire a seguire le loro regole
    bisogna essere un eroe della classe operaia
    bisogna essere un eroe della classe operaia

    Quando vi avranno torturati e spaventati per venti bizzarri anni
    si aspetteranno che intraprendiate una carriera
    mentre non potrete funzionare, tanto sarete impauriti
    bisogna essere un eroe della classe operaia
    bisogna essere un eroe della classe operaia

    Vi mantengono drogati di religione, sesso e TV
    e voi pensate d’essere così intelligenti, fuori da qualunque classe e liberi
    ma siete ancora fottuti zotici, a quanto vedo
    bisogna essere un eroe della classe operaia
    bisogna essere un eroe della classe operaia

    C’è spazio al vertice, continuano a dirvi
    ma prima dovete imparare a sorridere mentre uccidete
    se volete essere come la gente sulla montagna
    bisogna essere un eroe della classe operaia
    bisogna essere un eroe della classe operaia

    Se vuoi essere un eroe, seguimi e basta
    Se vuoi essere un eroe, seguimi e basta

     

     
     
     
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    ONDA SU ONDA?

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    ONDA SU ONDA?  di Mariavittoria Orsolato

    Nonostante gli snervanti tentennamenti del governo e il continuo sobillare del “grande ex” Cossiga, l’onda del movimento studentesco continua a crescere e a rafforzasi di giorno in giorno. Si moltiplicano come funghi le iniziative di autoformazione e di didattica non convenzionale, gli atenei e i licei occupati resistono in ogni parte d’Italia, i cortei spontanei continuano a dispetto delle cariche - l’ultima lo scorso 7 novembre a Roma - e in ogni aula si lavora alacremente alle iniziative che prenderanno vita venerdì prossimo in occasione dello sciopero generale indetto assieme al sindacato in difesa dell’università. Il movimento che ha preso corpo alla Sapienza e che si è costituito in un’assemblea nazionale, ha rivolto nei giorni scorsi un appello ai confederati e ai sindacati di base per costruire assieme una grande manifestazione capace di paralizzare il paese da nord a sud, cercando così di imporre un’agenda politica diversa in merito alle politiche sociali. Nelle assemblee universitarie è infatti ricorrente la proposta di allargare la protesta a tutte quelle categorie di lavoratori colpite dai provvedimenti del Berlusconi IV: dai dipendenti Alitalia, agli statali e - perché no? - anche a quel 13% di italiani che vive sotto la soglia della povertà.
    E’ sempre più diffusa la sensazione che le istituzioni non siano in grado si fronteggiare efficacemente l’annunciata recessione: “L’offensiva che questo governo sta infliggendo alle istituzioni del Welfare - scrivono gli studenti sul sito del movimento in lotta “ Uniriot” - ci pone di fronte ad un bivio epocale: accettare la dismissione delle garanzie pubbliche, riconquistare democraticamente il Welfare, trasformare questa riconquista in una grande sfida di nuova politica”. Sì, proprio così, “Nuova politica”: questa la parola d’ordine del movimento che punta ad un’autoriforma universitaria secondo i criteri del merito e della valorizzazione dei saperi, ma che rifiuta categoricamente ogni mano tesa proveniente dalla “vecchia politica”, quella del dialogo fasullo e delle trattative a senso unico, per intenderci.
    Proprio ieri Walter Veltroni inviava una missiva alla coppia Gelmini-Tremonti, pregando i due detentori dei dicasteri di Istruzione e Finanze di sospendere i piani di taglio e il provvedimento sul maestro unico, in cambio di un tavolo di concertazione con le parti sociali e il mondo scolastico. “Non c'è dubbio, è un settore - ammette il leader del Pd - che ha bisogno nel nostro paese di una radicale riforma. Ciò che vi chiediamo - prosegue la lettera - è di esercitare una virtù che dovrebbe essere propria di ogni governo: quella dell'ascolto e dunque del confronto”. Per la serie “provaci ancora Walter”, il leader dell’opposizione si ostina quindi a cercare un dialogo, morto in fasce, dopo il bel discorsetto del “volemose bene” pronunciato il giorno dell’insediamento, non rendendosi conto di quello che gli studenti e, in generale, tutto l’universo della mobilitazione, hanno capito fin dai primissimi giorni: con un esecutivo che va avanti a suon di imposizioni, l’unica via da seguire è quella dell’opposizione attiva, basata più sull’azione dimostrativa che sull’articolata favella.
    La mobilitazione va quindi avanti sicura e forte di un consenso popolare quasi senza precedenti, mentre il governo comincia a fare passi indietro e a fare a meno dei famosi sondaggi nazionalpopolari che attribuiscono all’esecutivo Berlusconi consensi da far invidia a Kim Jong-Il. La scorsa settimana il Parlamento ha votato quasi unanimemente l’abrogazione dell’articolo 3 della ormai legge Gelmini che prevedeva la chiusura di tutti i plessi scolastici con meno di 500 alunni e la relativa riorganizzazione delle dirigenze, scaricando la responsabilità del provvedimento sulle regioni. L’articolo è stato completamente riformulato per dare respiro alle 6500 scuole che rischiavano di essere chiuse soprattutto nelle piccole comunità, e per gli addetti ai lavori questa è già una piccola vittoria.
    Dall’altra parte però, qualcuno sembra caldeggiare le proposte di Cossiga in merito al “contenimento” della protesta. In una lettera aperta al capo della polizia Manganelli, l’ex Presidente della Repubblica ed ex Ministro dell’Interno degli anni di piombo (’76-’78) ha consigliato di aspettare “tempi peggiori” di quelli odierni, auspicando incidenti gravi - come il ferimento o l’uccisione accidentale di una donna o di un bambino per mano dei manifestanti - che suscitino paura e disapprovazione nei confronti del movimento, in modo da giustificare così la repressione violenta. La lettera ha guadagnato lo sdegno dell’onda - che si definisce come movimento pacifista e democratico - e ha sollevato più di qualche perplessità anche negli ambienti di governo.
    A Bologna Digos e Procura chiedono ai presidi dei licei informazioni relative agli studenti che fanno parte attivamente del movimento, pretendendo nominativi, elenchi di riunioni e date e orari di iniziative di protesta, e ci si domanda in modo sempre preoccupato con quale strategia si penserà di gestire il fiume di persone che da tutta Italia convergerà a Roma il prossimo venerdì. "Io non ho paura, le vostre denunce non fermeranno l’onda", recita lo striscione appeso in una delle tante facoltà occupate; ma è proprio la paura a muovere e ad arrovellare gli intestini di questi giovani. La paura che una finanziaria, approvata in nove minuti e mezzo, possa portargli via tutto quello che in una vita è stato progettato, rincorso, sudato. continua su Altrenotizie

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    I misteri di una telofanata (Barack Obama Silvio Berlusconi)

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    I misteri di una telofanata  di mariopinzauti

    In un primo momento è stata definita “cordiale” ,poi “affettuosa.”. I giudizi, riferiti alla telefonata di venerdi sera tra Obama e Berlusconi vengono da amici e famigli del nostro Presidente del Consiglio. Amici e famigli del Presidente eletto degli Stati Uniti invece per ora tacciono. Perché? Elementi sicuri per dare una risposta precisa per ora mancano, abbondano però indizi che rendono a dir poco misteriosa la vicenda. Per tutta la giornata di venerdi Berlusconi ha atteso, si può dire, con la bava alla bocca, una chiamata di Obama. E non senza ragione. La sera prima , a Mosca, aveva fatto quell’apprezzamento sul colore della pelle del vincitore delle elezioni Usa, l’aveva ripetuto la mattina stessa di venerdi in una conferenza stampa a Bruxelles. Aveva dunque buoni motivi per ritenere non casuale che Obama avesse già chiamato i principali statisti europei-da Sarkozy alla Merkel-per ringraziarli dei loro messaggi di congratulazioni ma ancora non si fosse messo in contatto con lui. Ricordando anche le sue dichiarazioni di sperticata ammirazione per Bush espresse fino a pochi giorni prima il Cavaliere ha probabilmente avvertito allora il morso del dubbio, ha temuto di essere oggetto di un’umiliante anche se non immeritata esclusione. Fatto sta che, secondo notizie riportate sabato dai giornali, o direttamente o attraverso qualcuno dei suoi ,ha preso a tempestare di sollecitazioni l’ambasciatore italiano a Washington e l’italo-americana Nancy Pelosi,che è speaker (presidente) del Congresso degli Stati Uniti, invitandoli a intercedere presso il forse incacchiato, Barack Obama, il quale,mentre le intercessioni erano in atto,acuiva i tormenti di Silvio chiamando per telefono il presidente egiziano,quello pachistano ,il sovrano saudita e forse,secondo indiscrezioni non confermate,i capitani reggenti di San Marino. Solo alle 22, dopo che, sempre secondo fonti giornalistiche, la carovana dei supplici si era ingrossata,Barack Obama si convinceva a mettersi in contatto con Berlusconi .Avveniva così la telefonata forse cordiale,forse affettuosa,forse un poco o tanto estorta.

    continua su politicablog.info

     
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    Oltre la riforma Gelmini - Lezione di pianto

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    Paola Cortellesi Non perdiamoci di vista Ministro Gelmini

    La riforma scolastica del governo non poteva essere di qualita' eccellente tenuto conto del modesto livello culturale dei due riformatori principe, Mariastella Gelmini e Silvio Berlusconi. L'idea di trasformare le Universita' in fondazioni, soggette alle leggi del mercato e dell'efficientismo, sarebbe l'ultimo colpo inferto all'istruzione pubblica. Essa si pone in netto contrasto con l'articolo 33 della Costituzione, secondo cui la Repubblica istituisce scuole statali (gratuite) per tutti gli ordini e gradi, e con l'articolo 34, che premia i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, avendo essi “diritto di raggiungere i gradi alti degli studi”.
    Non solo: dimentica che la Repubblica non si ispira a principi utilitaristici, ma rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la liberta' e l'eguaglianza, impediscono a tutti i lavoratori la piena partecipazione all'organizzazione politica, economica e sociale dello Stato. E che lo Stato - come diceva Aldo Moro - e' una grande organizzazione che deve tendere all'adempimento dei doveri inderogabili di solidarieta' politica, economica e sociale.
    Oggi e' un fatto che la maggior parte degli studenti universitari proviene dalle classi sociali piu' abbienti mentre dai lavoratori manuali proviene una minoranza esigua che non supera il 10%. «Cosi' il monopolio della ricchezza - sosteneva Piero Calamandrei - porta fatalmente al monopolio della cultura, sicche' le scuole medie ed universitarie, sbarrate agli ottimi quando sono figli di poveri, si riempiono di mediocri e anche di pessimi». Che diventano pessimi professionisti, magistrati e politici.
    Viene cosi' a mancare quel continuo ricambio attraverso il quale si verifica senza posa, nelle vere democrazie, tra cui non rientra quella italiana, il rinnovamento della classe politica dirigente, che non rimane una casta chiusa, come e' oggi, ma e' la espressione aperta e mutevole delle forze piu' giovani e meritevoli della societa'. Puo' cosi' accadere che politici squalificati come il presidente del Consiglio, che esalta esponenti della mafia come simboli di coraggio e mantiene ai loro posti sottosegretari in odore di camorra, ci governino per decenni. E che personaggi bocciati dalla pubblica opinione, come Francesco Rutelli, architetto mancato, o un Massimo D'Alema, amico di Stefano Ricucci e Giovanni Consorte e nemico dei risparmiatori, un D'Alema incapace di conseguire la laurea alla Normale di Pisa, ma responsabile della scalata berlusconiana al potere, si propongano, senza pudore, come artefici di una impossibile riscossa. Consacrando cosi' un regime che minaccia di essere eterno.
    Ed e' proprio in questo cristallizzarsi del potere politico, in una minoranza inetta e ignorante e tuttavia privilegiata, divisa tra maggioranza ed opposizione, la ragione vera del declino della classe dirigente italiana, esaltata da media asserviti e da cortigiani ed intellettuali senza nerbo e senza dignita'. Ed e' proprio qui da ricercarsi la causa piu' profonda del trionfo del nuovo fascismo che si ammanta di azzurro, in questa fiacchezza, in questa anemia, in questa indifferenza popolare, narcotizzata dai grandi fratelli e dalle fiction.
    La sola speranza di riscatto viene dagli studenti, non condizionati dal ricatto di un governo insolente e prepotente e non blanditi da una opposizione asfittica e ignorante guidata da un leader bocciato al liceo Torquato Tasso. Nella nostra democrazia non accade che la scelta dei governanti cada su persone intellettualmente meglio dotate, ma, grazie ad una legge elettorale che viola la liberta' dei cittadini, su mediocri che ignorano cosa sia il bene comune e l'eguaglianza. Mentre aumentano le ingiustizie sociali e le nuove poverta'.
    Si tende a privilegiare una scuola riservata alle classi benestanti. Ma se solo agli appartenenti a certe classi sociali e' dato di farsi strada ed emergere, mentre in altre categorie l'intelligenza e' costretta, per mancanza della istruzione idonea, a rimanere occulta e socialmente inoperosa e sacrificata, allora la democrazia declina e con essa la liberta' e la giustizia sociale. Laddove le scuole costano e puo' frequentarle solo chi puo' sostenerne il costo, l'istruzione si risolve in un privilegio economico, che e' anche un privilegio politico. Proprio attraverso il potere economico discriminatorio dell'istruzione, il governo democratico aperto a tutti i meritevoli diventa il governo dei ricchi. Ed e' questo privilegio economico, e dunque politico, dei ricchi, che la riforma Gelmini tende a garantire, a scapito dei non abbienti.
    Di tutti i privilegi che la ricchezza conferisce agli abbienti, anche se incapaci, quello della istruzione e' il piu' ingiusto, odioso e pericoloso.
    L'uomo non puo' esser capace di accedere alle cariche elettive se non gli si garantisce un'educazione sufficiente per prendere coscienza di se', per alzare la testa dalla terra, e per intravveder fini piu' alti che non siano quelli di saziare gli stimoli della fame. Ed e' questa tirannia dell'istruzione, del privilegio che costituisce l'obiettivo del governo.
    La battaglia per la difesa dell'autonomia della scuola dall'invadenza del governo, che tende ad eliminare ogni forma di dissenso e di opposizione al pensiero unico dominante, e' cruciale per la difesa della democrazia e della liberta'. Dopo l'asservimento del sistema mediatico Tv e della carta stampata, che col silenzio o l'adulazione esalta il presidente del Consiglio, dopo il nuovo conformismo degli intellettuali, alla ricerca di protettori, il solo comparto da soggiogare resta la scuola pubblica. Ma gli studenti non resteranno soli in questa battaglia che e' difesa della democrazia e della liberta' di tutti.

    continua su La Voce Delle Voci

     
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    In nome della Loggia P2

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    In nome della Loggia P2 di Red

    I "cattivi maestri" quando meno te lo aspetti tornano e lanciano messaggi forti e criptici. Licio Gelli a 89 anni suonati, si scopre conduttore e ideatore di un programma, che andrà in onda su Odeon Tv (ospiti tra gli altri, il senatore a vita Giulio Andreotti, l'intellettuale di destra Marcello Veneziani e il deputato-ideologo di forza Italia, Marcello Dell'Utri), che vuole rifare la storia sua e dell'Italia, sotto la lente deformante della sua loggia segreta P2. Il Venerabile maestro nella presentazione del programma ha dispensato anche molti giudizi e suggerimenti soprattutto al suo discepolo, quel Silvio Berlusconi, tessera 1816, che sicuramente è stato più bravo del maestro stesso, tanto da diventare l'uomo più ricco e potente d'Italia.
    E' il Cavaliere (che con disappunto una volta si rammaricò di non essere mai arrivato al grado di "maestro"), stando al messaggio neppure tanto criptico di Gelli, l'unico in grado di portare a compimento il suo antidemocratico e anticostituzionale disegno politico racchiuso nel "Piano di rinascita democratica".

    Va qui ricordato un passaggio della relazione che nei primi anni Ottanta fu redatta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia P2, presieduta dalla democristiana Tina Anselmi:

    "L'esame degli avvenimenti ed i collegamenti che tra essi è possibile instaurare sulla scorta delle conoscenze in nostro possesso portano infatti a due conclusioni che la Commissione ritiene di poter sottoporre all'esame del Parlamento. La prima è in ordine all'ampiezza ed alla gravità del fenomeno che coinvolge, ad ogni livello di responsabilità, gli aspetti più qualificati della vita nazionale. Abbiamo infatti riscontrato che la Loggia P2 entra come elemento di peso decisivo in vicende finanziarie, quella Sindona e quella Calvi, che hanno interessato il mondo economico italiano in modo determinante. [...]

    La seconda conclusione alla quale siamo pervenuti è che in questa vasta e complessa operazione può essere riconosciuto un disegno generale di innegabile valore politico; un disegno cioè che non solo ha in se stesso intrinsecamente valore politico - ed altrimenti non potrebbe essere, per il livello al quale si pone - ma risponde, nella sua genesi come nelle sue finalità ultime, a criteri obiettivamente politici. Le due conclusioni alle quali siamo pervenuti ci pongono pertanto di fronte ad un ultimo concludente interrogativo: è ragionevole chiedersi se non esista sproporzione tra l'operazione complessiva ed il personaggio che di essa appare interprete principale.

    È questa una sorta di quadratura del cerchio tra l'uomo in sé considerato ed il frutto della sua attività, che ci mostra come la vera sproporzione stia non nel comparare il fenomeno della Loggia P2 a Licio Gelli, storicamente considerato, ma nel riportarlo ad un solo individuo, nell'interpretare il disegno che ad esso è sotteso, e la sua completa e dettagliata attuazione, ad una sola mente. Abbiamo visto come Licio Gelli si sia valso di una tecnica di approccio strumentale rispetto a tutto ciò che ha avvicinato nel corso della sua carriera. Strumentale è il suo rapporto con la massoneria, strumentale è il suo rapporto con gli ambienti militari, strumentale il suo rapporto con gli ambienti eversivi, strumentale insomma è il contatto che egli stabilisce con uomini ed istituzioni con i quali entra in contatto, perché strumentale al massimo è la filosofia di fondo che si cela al fondo della concezione politica del controllo, che tutto usa ed a nessuno risponde se non a se stesso, contrapposto al governo che esercita il potere, ma è al contempo al servizio di chi vi è sottoposto. Ma allora, se tutto ciò deve avere un rinvenibile significato, questo altro non può essere che quello di riconoscere che chi tutto strumentalizza, in realtà è egli stesso strumento. Questa infatti è nella logica della sua concezione teorica e della sua pratica costruzione la Loggia Propaganda 2: uno strumento neutro di intervento per operazioni di controllo e di condizionamento.".

    A seguito di quell'inchiesta molti personaggi, soprattutto nelle forze armate, furono poi perseguiti. Molti altri, invece, trovarono il modo per far calare un oblio storico sulla loro appartenenza, tanto da ritrovarceli oggi in posti di potere politico, economico, finanziario e negli apparati più sensibili dello stato.

    Nella sua conferenza stampa Gelli è stato molto lucido su tutti gli argomenti più spinosi:

    "Per l'attuazione del Piano di Rinascita democratica della P2, oggi, l'unico che può andare avanti è Berlusconi", ha detto Licio Gelli. "Avevo molta fiducia in Fini" - ha poi aggiunto - perché aveva avuto un grande maestro, Giorgio Almirante (ex-segretario storico del MSI-AN, di cui Fini fu ritenuto il delfino): oggi non sono più dello stesso avviso, perché ha cambiato. L'unico che può andare avanti è Berlusconi: non perché era iscritto alla P2, ma perché ha la tempra del grande uomo che ha saputo fare, anche se ora mostra un po' di debolezza perché non si avvale della maggioranza parlamentare che ha".

    Gelli poi rimarca le influenze del suo Piano nella politica attuale: "Tutti si sono abbeverati, tutti ne hanno preso spunto. Mi dovrebbero pagare i diritti ma non fu possibile depositarli alla Siae.. Non condivido il Governo Berlusconi - si è lamentato - perché se uno ha la maggioranza deve usarla, senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese. Ci sono provvedimenti che non vengono presi perché sono impopolari, e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato".

    Il Maestro venerabile della P2 si è, quindi, detto perplesso sul LodoAlfano: "L'immunità per i grandi dovrebbe essere esclusa, perché al Governo dovrebbero andare persone senza macchia, e che non si macchiano mai". Gelli ha poi affermato che "i partiti veri non esistono più, non c'è più destra o sinistra. A sinistra ci sono 15 frange, e la destra non esiste. Se dovesse morire Berlusconi, cosa che non gli auguro perché la morte non si augura a nessuno, Forza Italia non potrebbe andare avanti, perché non ha una struttura partitica". Altra profezia gelliana che la dice lunga sul senso della sua operazione mediatica!

    Gelli ha poi voluto rendere onore a Marcello Dell'Utri "è una bravissima persona, onesta e di profonda cultura, non credo che sia mafioso... C'è una sentenza che Dell'Utri si trascina e che sarà tirata fuori al momento opportuno perche' tutto e' guidato. La magistratura prende decisioni su teoremi e non su prove e su Dell'Utri il processo non ha fatto chiarezza...Se oggi in Italia c'è un potere forte, costituzionale, è la magistratura, perché quando sbaglia non è previsto risarcimento del danno... La magistratura non funziona: il pubblico ministero dovrebbe arrivare da un concorso diverso rispetto al giudice e dovrebbero odiarsi".

    Come dire al governo: "andate avanti sulla controriforma del sistema giudiziario. Io sono con voi"!  '"In Italia - ha poi sottolineato Gelli - poteri forti ora non ce ne sono e non ce ne sono mai stati. Oggi la massoneria non esercita nessun potere...La P2 era riservata, non segreta, ed è stata perseguitata per distogliere l'attenzione da altre questioni". Altro messaggio criptico, che poi suona come un "avviso ai naviganti", a coloro che detengono il potere: "Archivi completi non né ho mai conosciuti: alcune cose vengono sepolte nell'oblio e poi possono riemergere''.

    Anche sugli studenti in rivolta, Gelli ha una sua visione e si schiera col governo: "In linea di massima sono d'accordo con la riforma Gelmini perché ripristina un po' di... il maestro unico è molto importante perché, quando c'era, conosceva l'alunno, e poi il tema dell'abbigliamento è importante perché l'ombelico di fuori non dovrebbe essere consentito. Bisognerebbe ripristinare il rispetto del professore: ho quasi pianto quando a Roma quel professore è stato malmenato e ha dovuto abbandonare la cattedra". Quanto alle manifestazioni studentesche, "non ci dovrebbero essere: gli studenti dovrebbero essere in aula a studiare, bisognerebbe proteggere chi vuole studiare - sostiene Gelli - Nelle piazze non si studia: se viene garantita la libertà di scioperare, dovrebbe essere tutelato anche chi vuole studiare, e molti in piazza non ne hanno voglia e dovrebbe essere proibito portare i bambini in piazza perché così non crescono educati".

    Musica d'oro per le orecchie della destra al governo!

    Infine sul fronte terrorismo, Gelli sostiene che "se tornassero le BR ci sarebbero ancora più stragi: il terreno e' molto fertile perché le BR potrebbero trovare molti fiancheggiatori a causa della povertà che c'è nel Paese".

    Parole che si affiancano alle allusioni di un altro protagonista di quel periodo oscuro e tormentato degli anni Settanta, primi Ottanta, Francesco Cossiga, ex-capo dello stato, ex- presidente del consiglio, ma soprattutto ministro dell'interno nel ‘78 durante il "caso Moro" (che ci facevano alcuni autorevoli piduisti nel "Comitato di crisi" al Viminale  e nei servizi segreti durante il rapimento del leader democristiano?).

    La loggia P2 non esiste più, i suoi adepti si sono spalmati nella diaspora, a seguito della legge che ne proibiva l'esistenza, ma il sistema di relazioni e di potere è ancora lì, intoccabile e determinato a far precipitare il nostro paese in una china autoritaria e illiberale.

    Le parole del 'Venerabile' fanno esplodere l'indignazione a sinistra: "Trovo sconcertante che un personaggio come Licio Gelli diventi una sorta di star televisiva e che una rete privata presenti in pompa magna un tal avvenimento", attacca Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato. Le fa eco Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Idv, secondo cui "non c'è da stupirsi per le parole di Licio Gelli sulla possibilità che Berlusconi porti avanti il suo piano di rinascita democratica, è dall'inizio della legislatura che sosteniamo questa tesi". Rosy Bindi, vicepresidente della Camera, definisce "inquietante che vada in onda l'autocelebrazione di Licio Gelli e un nuovo tentativo di inquinare la vita pubblica", e avverte: "Dopo i suggerimenti di Cossiga su come condizionare il movimento degli studenti e le dichiarazioni di Gelli dobbiamo essere ancora più avvertiti e vigilanti sui rischi che corre la nostra democrazia".

    Per Sergio Flamigni, l'ex senatore del Pci che ha dedicato la sua vita ai 'misteri d'Italia', le lodi a Berlusconi e Dell'Utri rappresentano "la P2 che continua", mentre il ministro ombra dell'Interno Marco Minniti chiama in causa direttamente il premier: "Oggi che è lo stesso Gelli ad indicarlo come il perfetto erede del suo piano di Rinascita, il presidente del Consiglio non ha nulla da dire?". In attesa della risposta di Berlusconi, Dell'Utri è laconico: "Non ho alcun rapporto con Gelli, non ci ho mai parlato - ha detto ai cronisti - Gelli può dire quello che vuole".

    Minniti, come il senatore Pd Vincenzo Vita, attacca la nuova trasmissione di Odeon Tv chiedendo che non sia messa in onda: "La conduzione di una trasmissione televisiva - accusa Vita - è verosimilmente illegale essendo stata messa fuori legge a suo tempo la P2. C'è quindi da sperare che già nelle prossime ore l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni intervenga seccamente su tale caso". E "indignazione" esprime la Federazione nazionale della stampa: "Si tratta di un personaggio che è stato al centro di torbide manovre politico-affaristiche che hanno inquinato il Paese nei decenni scorsi il fatto che conduca un programma dall'evocativo titolo 'Venerabile Italia' lo consideriamo un vero e proprio insulto alla storia di questa nostra nazione ed un affronto gravissimo al mondo dell'informazione". Per il capogruppo dell'Udc in commissione di Vigilanza Rai, Roberto Rao, "i cattivi maestri come Gelli non dovrebbero trovare spazio in televisione".

    Il segretario Anm Giuseppe Cascini smentisce invece Gelli riguardo alla magistratura: "Noi siamo a favore delle sanzioni ai magistrati che violano le regole e gli obblighi - dice Cascini - tant'è vero che abbiamo cacciato i magistrati iscritti alla P2...". continua su Aprileonline

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    Oscenità dal governo dell'applauso

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    Oscenità dal governo dell'applauso di Daniele Martinelli
     
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    L'abolizione della scuola pubblica è legge

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    L'abolizione della scuola pubblica è legge di Mariavittoria Orsolato

    Il decreto Gelmini è ora ufficialmente legge. Lo ha stabilito ieri mattina il Senato con 162 voti a favore, 134 contrari e 3 astenuti, mentre tra i banchi dell’opposizione si parlava già di referendum abrogativo con relativo striscione. Non sono quindi valsi a nulla gli appelli lanciati durante le centinaia di cortei e manifestazioni organizzati da studenti, docenti e genitori: la schiacciasassi del governo Berlusconi IV passa con la solita arroganza anche sulla scuola pubblica. Il ricorso dell’opposizione al referendum è stato confermato poche ore più tardi da Walter Veltroni, che in una conferenza stampa ha spiegato come il Pd, pur avendo chiara la necessaria parsimonia con cui misurarsi con l’istituto referendario, ritiene importantissima la materia scolastica; da qui l’urgenza di fermare la schifezza della Gelmini appena approvata. Il disegno di conversione è arrivato a Palazzo Madama dopo il maxiemendamento approvato alla Camera con lo strumento della fiducia ma, in sostanza, non una virgola è stata cambiata in merito ai tagli preannunciati sul personale e sui costi.
    È lo stesso ministro per l’Istruzione a spiegare che “la scuola cambia, si torna alla scuola della serietà, del merito e dell’educazione” annunciando, fra l’altro, che entro una settimana metterà mano a un piano che riguarda l’Università. “Un grande risultato - dice Berlusconi che sproloquiando aggiunge - dispiace solo che sono stati presi in giro tanti ragazzi in Roma e in altre città”.
    E proprio Roma è stata ieri teatro di un revival in pieno stile ’77: durante una delle tante manifestazioni indette nei pressi dl Senato, si è arrivati al contatto fisico tra studenti di destra appartenenti al “Blocco studentesco” e rappresentati dell’Unione degli studenti. Uno scontro a base di mazze di legno, sedie e tavolini dei bar di piazza Navona, originato da un attacco dei giovani appoggiati da Forza Nuova alla testa del corteo di protesta indetto da una delle tante anime del movimento “No-Gelmini”. Al rifiuto degli studenti a farsi sovrastare, è partita l’aggressione con caschi, cinte e bastoni. E se dapprima gli studenti avevano alzato le braccia in segno di rifiuto dello scontro, alla carica dei fascistelli sotto lo sguardo dei poliziotti che fingevano di non vedere, i ragazzi dei centri sociali e gli universitari provenienti dal corteo che arrivava dall’Università hanno reagito. Il bilancio è di tre feriti non gravi e 14 arrestati, mentre 20 teppisti filogovernativi sono finiti in questura per essere identificati. Le strumentalizzazioni dell’episodio, non hanno tardato ad arrivare.
    Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, durante l’assemblea candidati Slc-Cgil, ha commentato gli scontri di piazza Navona tra gruppi studenteschi di destra e di sinistra sottolineando che “non bisogna rispondere alle provocazioni” e che i giovani della Cgil non sono stati difesi dalla polizia fino a quando non sono entrati in campo ragazzi dei centri sociali. “Un gruppo di fascisti”, ha continuato Epifani, “ha picchiato i nostri del tutto inermi. Poi sono intervenuti, non graditi, i centri sociali e lo scontro è diventato tra centri sociali e fascisti. A quel punto è intervenuta la polizia. Ma fino a quando a essere picchiati erano i nostri giovani c’è stata la sostanziale indifferenza delle forze dell’ordine”. Per il leader sindacale, questo è “lo schema che abbiamo di fronte e c’è la minaccia che sia replicato anche domani” (oggi ndr) allo sciopero generale della scuola.
    Cossiga, come di consueto, lo aveva detto in un’intervista a La Nazione: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari, invece, bisogna lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”. Un disegno che non si è ancora realizzato, grazie anche al buon senso e all’intelligenza degli studenti del movimento, ma che potrebbe prendere sembianze fin troppo reali qualora il livello della contestazione dovesse salire ancora.
    Dopotutto tra i ragazzi, i ricercatori e i genitori, c’era la diffusa speranza che una mobilitazione del genere riuscisse a contenere l’arroganza di questo esecutivo e - sulla scia di quello successo in Francia solo due anni fa - a far ritirare il disegno di legge più letale che la pubblica istruzione avesse mai visto. Sbagliavano, purtroppo. Le manifestazioni continueranno fino a nuovo ordine, nell’attesa che vengano raccolte le firme necessarie a indire il referendum abrogativo proposto dal Pd.

    continua su Altrenotizie

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